La Principessa e il Mare – 13

“Ma ti rendi conto? Dico, il trambusto, lo scompiglio, la confusione?”

“Il casino…”. Accennò il Mare. Il Cielo non amava le parole degli Uomini, aveva, ovviamente, un linguaggio più aulico. Suo fratello invece usava le parole come onde che si abbattono sui naufraghi.

“Quante storie! Non ho fatto nulla di così tragico”.

“Nulla di tragico? Hai tirato su una tempesta dal niente (con la mia complicità, quando ti avevo chiesto di lasciarmi fuori), hai affondato una nave…”

“Ohhhhhhh, che fastidio che mi fai! Non è affogato nessuno. Si sono salvati tutti. Ancora ti lamenti?” Il Mare sbatteva qualche qua e là, insofferente alle critiche di suo fratello Cielo.

“Dai, su, non cominciate a bisticciare, voi due!” Terra li rimbrottava con affetto.

Lei era davvero affezionata al Mare, lo capiva e ne condivideva i patimenti. Per quanto riguardava il Cielo, beh, quella era un’altra storia. La Terra era innegabilmente innamorata del Cielo. Ogni giorno ed ogni notte lo guardava e lo ammirava anche se non lo poteva toccare, non davanti agi occhi degli uomini almeno. Si può immaginare che razza di “casino” sarebbe venuto fuori se Terra e Cielo si fossero abbracciati con la passione di due amanti? Cosa ne sarebbe stato delle creature schiacciate nell’abbraccio dei due regni? Del resto, anche il Cielo era innamorato della Terra: lei, così piena di colori, di vita, di calore. A volte il Cielo le regalava poesie come l’aurora o le stelle cadenti. A quel punto, come tutti gli amanti, si nascondevano agli occhi delle genti, oltre la linea dell’orizzonte, per un bacio fugace. Nulla più. Ma per gli amanti, quelli veri, può bastare. Il Mare faceva finta nulla, sapeva e non guardava. Il Mare sa essere discreto. Era felice per loro, dei loro baci, anche se  lontani. E quando capiva che suo fratello era triste per la loro condizione… ci si azzuffava quel tanto da distrarlo.

“Solo che non ti sei limitato ad una tempesta con naufragio.” Riprese il Cielo.

“Eh già…”

“Hai voluto metterci tutto quello che potevi.” Disse con tono di rimprovero.

“Eh già…” rispose il Mare, sorridendo. E continuarono a ricordare.

La Principessa e il Mare – 12

Il Capitano non esitò: prese una sartia sfaldata e l’attorcigliò al braccio sinistro, prese una rincorsa e si tuffò in quella oscurità fatta d’acqua. Non ricordava se la Principessa sapesse nuotare o meno, francamente non era in grado di ragionare nemmeno, agiva d’istinto come solo un veterano di guerra può fare, e cercava di raggiungere la Principessa la quale sembrava non affogare, ma piuttosto essere sospinta dalle onde. Vassilj nuotava nella stessa direzione, ma le onde, la corrente nel suo caso, lo rispedivano verso lo scafo della nave.

Ancora un onda gigantesca. Stavolta tagliò di fatto i metri che separavano il Capitano dalla Principessa, allontanandoli definitivamente. L’onda fece sobbalzare la nave madre e di conseguenza Vassilj, ancora legato per il braccio, il quale venne proiettato in alto fuori dall’acqua e poi tirato in basso, andando a sbattere, per l’effetto della frustata, contro la chiglia del vascello.

La stessa onda era riuscita a spezzare lo scafo della goletta (gravemente appesantita dal carico), facendo annaspare i marinai tra le onde.

“Uomini in mare! Uomini in mare!” urlavano dal vascello.

Il Comandante Tunen diede l’ordine di recuperarli. Lui stesso si gettò sulla cima che tratteneva per un braccio il Capitano in modo da poterlo issare a bordo.

Il Capitano urlava disperato.

“La Principessa! La Principessa! Una scialuppa per la Principessa!!”.

Tunen abbracciava Vassiljchenko fuori di sé.

“Calmati, Vassilj, Calmati! …Roland, per il Signore, calmati!”

Il Capitano, tiratosi in piedi, incurante del braccio sanguinante era a ridosso del corrimano che dava nella direzione della Principessa.

“Gerard, caliamo una scialuppa, devo salvarla!”. L’unico occhio del Capitano era una voragine grigia di impeto e sgomento.

“Vassilj è inutile. Le scialuppe sono rovesciate in acqua o frantumate. Possiamo solo recuperare i superstiti della goletta. La Principessa è stata trascinata via dalla corrente”.

“Gerard, non capisci… io… io devo proteggerla… L’ho giurato a suo padre, il Re, sul letto di morte… Lei è… è…”.

“E’ finita Capitano. La tempesta è passata, ma si è portata via la Principessa. E’ finita Vassilj”

“No, Comandante Tunen, non verrò meno al mio dovere. Troveremo la Principessa”.

I due stavano dritti su una nave tornata immobile, a fissarsi.

La tempesta era passata, il Mare era calmo ed il cielo aperto e sereno.

Solo in distanza si scorgevano le nuvole nere allontanarsi. E la Principessa con loro.

Forse per sempre.

Forse.

La Principessa e il Mare – 11

Ed infine la tempesta arrivò.

Per quanto leste furono le manovre, il vento si abbatté sulla nave madre  prima ancora dell’arrivo delle nuvole e, gonfiando la vela maestra ridotta ma non ammainata, la strappò d’un colpo. Come se non bastasse, il Mare ingrossato (mai viste onde così alte in quel tratto), faceva oscillare le due navi come fossero zattere.

Le scosse ed i contraccolpi di beccheggio e rollio riuscirono a far saltare diverse sartie che andarono a frustare i ponti delle navi ed i relativi marinai. Anche la pioggia era arrivata ormai, orizzontale per il vento, trafiggendo come spilli gli occhi di chi stava in coperta.

Il Cielo, nero e cupo come la notte per via delle nuvole, era rischiarato a tratti dai lampi; lo spettacolo che si apriva in quegli istanti gelava il sangue: onde alte nove metri letteralmente sovrastavano le navi, sbalzandole in alto per poi farle ricadere in un baratro oscuro di acqua.

Le urla dei marinai erano sovrastate solo dalla voce del Comandante Tunen, a sua volta coperta dai tuoni che aggiungevano confusione al terrore, scatenando un panico da fine del mondo.

In questo scenario di paura per una morte imminente e certa che avrebbe inghiottito gli equipaggi  in un’innaturale oscurità, solo due cuori rimanevano saldi:  quello della Principessa ed quello del Capitano Vassiljchenko.

La prima era rimasta in coperta, abbracciata con tutta la forza che aveva ad uno dei corrimano del ponte, l’altro rimbalzava da parte a parte nel vano tentativo di raggiungerla per almeno provare a condurla sotto coperta.

La Principessa non temeva il Mare, Vassilj non temeva la Morte. E, per una volta, le due cose erano sinonimi.

Nonostante il frastuono, la Principessa udì di nuovo quella voce calma che l’aveva attirata fuori dal forte e poi consolata nella notte di prigionia che ne seguì. Questa volta era chiara e distinta, ma la provenienza non era da lontano. La voce proveniva dal petto. Proveniva dal cuore.

“Lasciati andare” fu la dolce richiesta, simile a quella di un amante gentile. La Principessa allentò la presa del corrimano di una nave preda delle onde.

E fu sbalzata fuori.

Nel Mare.

La Principessa e il Mare – 10

Il Capitano Vassiljchenko riemerse da quel tuffo nella memoria e si scoprì a fissare il Mare dalla finestra della cabina del comandante Tunen.

“Vassilj, che dici? Torniamo in coperta?” La domanda serviva solo a rompere il silenzio sceso sulla conversazione.

“Certo, Gerard. La Principessa potrebbe strangolare il primo ufficiale e far ammutinare il resto dell’equipaggio solo con uno sguardo”. Se non fosse stato per il tono tutt’altro che ironico, il comandante avrebbe accennato ad un sorriso alle parole del Capitano.

Salirono in coperta e trovarono la Principessa esattamente come l’avevano lasciata: con lo sguardo perso verso l’orizzonte di quel Mare che via via  si stava facendo sempre più scuro.

“Signor Comandante, nuvole all’orizzonte e vento in rinforzo, Signore!”.

“Ridurre le vele e pronti ad ammainare dunque.”

“Signor sì, Signore!”.

I marinai cominciarono le prime manovre con cime e scotte per ridurre il carico delle vele  e, al comando, ammainare definitivamente prima che la tempesta, in rapido avvicinamento, potesse strapparle o peggio, spezzare gli alberi.

In tutto questo armeggiare, al Capitano non smise di osservare la Principessa.

Il suo sguardo, perso verso quella vastità scura, sembrava quello di chi prega per una fine rapida, liberatoria. Non una richiesta di aiuto, ma di liberazione. Eppure, su quel volto, era sparita ogni traccia di disperazione: sembrava piuttosto che fosse pronta per un salvataggio. Come chi ascolta la  voce di un amante, forte e rassicurante. Il Capitano ebbe la strana sensazione di sentire quella voce. E la voce parlava al cuore della Principessa.

La Principessa e il Mare – 9

Quando arrivò a palazzo, dopo il completamento del suo addestramento finale come guardia scelta, il sottotenente Roland Vassiljchenko, era ormai un uomo fatto e finito. Era insolitamente vecchio per il grado che ricopriva, dato che l’aveva conquistato sui campi di battaglia e in missioni ad altro rischio (il termine suicida però era più appropriato). Da soldato semplice era diventato sotto ufficiale e poi decorato e promosso a sottotenente dopo aver liberato e riportato in patria da terra nemica un capitano di fregata, un certo Gerard Tunen (giovane ed impudente), figlio di un Ammiraglio, cugino in seconda della Regina. Insomma, il sottoufficiale aveva fatto il colpaccio (suo malgrado) ed era stato proposto, vista lo sprezzante coraggio e l’attitudine al dovere come membro delle guardie scelte del Re. Un corpo di elite a salvaguardia della famiglia Reale.

Le origini di Vassiljchenko però erano tutt’altro che nobili.

I Prussiani, durante una delle varie guerre, avevano lasciato qualche peccato di troppo sul suolo russo. Uno di questi era il padre di Vassilj. Raccolto da una donna e salvato da morte certa per via delle ferite, come ringraziamento, prima di rientrare in nelle file dell’esercito prussiano, mise in cinta la donna. I bambino che nacque prese poi il cognome della madre, Vassiljchenko, mentre dal padre prese l’unica cosa nota, ovvero il nome Roland.

La vita del bambino fu davvero dura, quasi allo sbando senza un padre. Finché un giorno, grazie a  quegli strani incontri che combina il destino, Roland Vassiljchenko trovò sulla propria strada un vecchio soldato. Si diceva che venisse dal lontano oriente, da qui il soprannome di Mongolo, anche se nessuno era certo se venisse dalla Mongolia o da qualche paese vicino. Gli occhi a mandorla e le strane abitudini lo avevano decretato come il Mongolo.

Il vecchio soldato provò simpatia per quel bambino vivace e caparbio, senza un padre e con un destino segnato e oscuro. Decise di fare l’unica cosa ragionevole: insegnare al bambino a sopravvivere. A combattere.

Il piccolo Vassilj aveva trovato un maestro. Il Mongolo l’opportunità di dare un senso a quel esilio.

La Principessa e il Mare – 8

Intanto che versava il thè, il Comandante Tunen prese a parlare.

“Insomma Vassilj, proprio non fate pace tu e la Principessa”

“No, Gerard. Non mi ha mai perdonato. Né mi sono mai perdonato io in fondo.”

I due si conoscevano da tempo ed erano grandi amici. Il Capitano considerava il Comandante praticamente l’unico amico vero. L’unico col quale avesse mai parlato apertamente in vita sua.

“Vassilj, sei troppo intransigente con te stesso. Non ho mai incontrato un uomo, civile o militare che fosse, più devoto al proprio dovere di te. Hai dato il massimo sul campo di battaglia e fuori. Ti è costato un occhio e…”

“E non è bastato a salvare il nostro Re. E se la Principessa ora è data in sposa al nostro antico nemico è proprio perché non saputo difendere fino alla morte il Re.”

“Sai bene che l’armistizio è stato anche merito tuo. Non è l’esito della guerra ad aver deciso il destino della Principessa. E’ stata se mai il peso economico della guerra stessa a minare l’economia; né la Regina Madre né il Principe erede sono stati in grado di rovesciare la situazione che ne seguì, anzi.”

“E’ anche per questo che mi sento colpevole. Se il Re fosse stato vivo, il Principe erede avrebbe avuto la guida illuminate del padre, anziché quella della madre, ostacolata dalle liti di palazzo e dai cattivi consiglieri. Probabilmente ora la situazione sarebbe stata diversa.”

“Questo non puoi saperlo Vassilj. Il Principe erede ormai è prossimo al trono e la Regina Madre, dando in sposa la Principessa secondogenita, non ha fatto altro che scongiurare i venti di una nuova guerra e favorire gli scambi commerciali fra due antichi nemici. Più che illuminata, oserei dire”.

“Certo. Non fosse per il fatto che la Principessa finirà in sorte al mandante dell’assassinio del padre. Ed io, oltre ad aver fallito nel mio compito, sono quello che dovrà consegnarla nelle mani del nemico, su ordine esplicito della Principe stesso. Peggio di così.”

“Forse non è solo senso di colpa e del dovere a tormentarti l’animo, eh? Vassilj?”

Il Capitano non alzo lo sguardo dalla tazza del thè, scuro e opaco come una pozza di sangue versato, ma vi si tuffò con la memoria.

La Principessa e il Mare – 7

Come da programma, la nave aveva salpato all’alba, col minimo del vento possibile. A stretta distanza una goletta fungeva da scorta. La goletta era da supporto alla nave con scorte alimentari, alcuni regali di matrimonio e vari corredi della Principessa. Si fosse dovuta lanciare contro un qual si voglia nemico a protezione della nave madre, nulla di vitale sarebbe stato perduto. Questo ero lo scopo della goletta.

Sul ponte principale della nave madre, la Principessa stava con lo sguardo a scrutare il Mare. A due passi di distanza, il Capitano scrutava la Principessa per capirne le intenzioni.

Il comandante della nave, il Capitano di Vascello Gerard Tunen, si aggiunse ai due salendo in coperta.

“Vostra Altezza, Capitano, la colazione è servita: volete farmi l’onore della vostra…”

“No, la ringrazio Comandante. L’ultimo ufficiale che si è disturbato per un pasto, il maggiore a comando del forte, ora rischia di finire al fronte o al confino. Dipende dalla volontà del Capitano, ovviamente” disse la Principessa, senza nemmeno voltarsi, ma mantenendo lo sguardo fisso verso il Mare.

“La ringrazio Comandante, invece io accetto volentieri. Lascerò la Principessa alle sue meditazioni. L’aria fresca del mare alla mattina sarà illuminante, mi auguro”.

“Capitano Vassiljchenko, come? Non temete che possa buttarmi?”

“No, Vostra Altezza. Non vi butterete. E poi, l’acqua a quest’ora di mattina è gelida…”

Il Capitano si giro verso il Comandante e si ritirarono per la colazione sottocoperta.

La Principessa e il Mare – 6

La Principessa fu condotta al cospetto del Capitano.

“Sembra che facciate di tutto per rendermi la vita difficile.” disse con tono freddo lui.

“Sembra che ci prendiate gusto a rendere la mia un inferno invece!” rispose lei adirata, divincolandosi dalla presa per il braccio del soldato a fianco a lei.

“Sembra piuttosto che Vostra Altezza non voglia proprio capire la gravità del momento che stiamo passando e dell’importanza che riveste Vostra Altezza in tutto ciò”.

“L’importanza di merce per uno scambio. La mia persona barattata per l’interesse economico…”

“Per la prosperità  del nostro popolo” la interruppe secco il Capitano “e delle generazioni a venire. Il senso del dovere dovrebbe sempre accompagnare la famiglia Reale ed ogni suo membro. Il senso del dovere dovrebbe accompagnare sempre tutti noi” sottolineò il Capitano, senza guardare nella direzione del comandante del forte che stavo dritto come una statua, come un caporale di giornata al cospetto di un generale.

“Tenete a freno la lingua, Capitano, siete pur sempre a cospetto di un membro della…”

“Un membro della famiglia Reale che si ostina a voler sabotare ogni tentativo per salvaguardare se stesso e la famiglia appunto. Cosa pensavate di fare, mi dica? Scappare nel cuore della notte attraverso la foresta fino alla prossima città che dista, sì e no, venti miglia da qui? O, meglio ancora, attraversare a nuoto tutto lo stretto e arrivare così diretta nelle braccia del vostro futuro sposo?”

A queste parole, la Principessa fece una smorfia di disgusto: avrebbe preferito buttarsi fra le onde e finirla lì, piuttosto che passare il resto della propria esistenza in una gabbia dorata, in una terra nemica che mal l’avrebbe tollerata. Ma la dignità di una Principessa veniva persino prima di un tale disgusto e non avrebbe MAI dato quella soddisfazione al Capitano. A quel cafone travestito da soldato, pensava.

Ma il Capitano, tutt’altro che sprovveduto, aveva capito bene le intenzioni della fanciulla: era un veterano di guerra, aveva visto soldati spararsi col moschetto su un piede (e perderlo dunque) piuttosto che finire al fronte. O ufficiali piantarsi un pugnale in petto piuttosto che patire la tortura di un interrogatorio. La Principessa e quegli uomini condividevano lo stesso sguardo disperato. La comprendeva e persino la compativa, ma il senso del dovere non gli permetteva di transigere sulla sorte della ragazza.

“Visto che alla partenza mancano ancora sei ore e che è bene che vi riposiate, vi condurrò, personalmente, in un luogo sicuro dove non potrete prendere iniziative alquanto inappropriate”

“In cella, infine!” disse sprezzante la Principessa guardando negli occhi il Capitano.

“Esattamente. Così la finirete di lamentarvi della gabbia dorata e proverete cosa significa una prigione vera. Prendetela come un’esperienza educativa!” ricambiando lo sguardo.

“E voi prendetela in…” ma la Principessa serrò i denti prima di finire la frase, che non si addiceva ad una nobile del suo rango. Negli occhi del Capitano scintillò qualcosa. Un increspatura al lato della bocca disegnò un sogghignò trattenuto. L’impeto di lei, benché arrogante, era comunque caro al soldato cafone.

“Bene, visto che siete così spartana nel linguaggio, apprezzerete di certo il tavolaccio per dormire della vostra cella. Vi sentirete a casa.” Chiuse sarcastico lui. Il ghigno era evidente. La prese per il braccio quasi a sollevarla e partì spedito per le celle del forte. La Principessa neanche fiatò pur di non concedere la minima ulteriore soddisfazione.

Il Comandante (provvisorio) del fortino Lecroix rimase di pietra per tutto il tempo di quella scena surreale. Desiderava solo salvare la pelle, la carriera (ora sì che la vedeva difficile) e che quei due maledetti ripartissero quanto prima. Il Capitano però aveva già deciso le sorti dell’ufficiale. Al suo rientro il Comandante sarebbe stato spedito con destinazione verso qualche avamposto di confine: almeno avrebbe meditato negli anni di noia a venire sull’importanza della sicurezza di un membro della famiglia Reale.

La Principessa venne condotta alla cella dal Capitano, accompagnata all’interno in modo deciso ma non violento. La cella fu chiusa con un fragore di chiavi che echeggiò per la prigione deserta.

La Principessa si stese sul tavolo predisposto a giaciglio per la notte. Trattenne i singhiozzi serrando i denti. Ma le lacrime non poté trattenerle e le bagnarono il viso color della luna. Nell’oscurità però nessuno poteva vederla. Sentì il rumore delle onde del Mare che si infrangevano sulla rupe sottostante il forte. Le lacrime si fermarono e lentamente scivolò in un sonno oscuro, profondo e calmo come il Mare in certe notti.

La Principessa e il Mare – 5

La Principessa cenò, suo malgrado, con un certo appetito. Dopo due giorni ininterrotti di viaggio in carrozza a ritmo più che sostenuto, era inevitabile stanchezza e fame. Avrebbe voluto comunque andare a letto e sprofondare in un sonno senza sogni, ma quella voce flebile che aveva udito poco prima di ripartire in carrozza le era rimasta come un pensiero fisso. Un richiamo al quale non era possibile rispondere.

Subito dopo aver cenato, cominciò a perlustrare le stanze come aveva fatto il Capitano. Persino con occhio più attento (fosse mai stato possibile!). Non sapeva bene cosa cercare, forse una via di fuga, che però era impossibile dato che tutte le stanze, per essere a prova di intrusione nel malaugurato caso di un tentativo di qualsivoglia ribellione, erano sigillate e con robuste inferiate alle finestre.

L’unica stanza che non aveva visto era però l’ufficio studio chiuso da tempo.

La Principessa si guardò attorno, ma non c’erano cassetti che potessero contenere chiavi o simili.

Fissò le posate sul tavolo. I coltelli e le forchette.

Tentiamo – disse fra sé.

Prese ad armeggiare con coltello e forchetta sulla serratura stando attenta a non attirare l’attenzione delle guardie con qualche rumore di troppo. Ci vollero venti minuti buoni, forse di più, perché la forchetta si spuntò due volte e per poco non si ruppe pure il coltello, ma, alla fine, la pazienza e la tenacia pagano. E la porta si aprì. Verso la libertà.

La fortuna sembrava essere tornata, dopo tanto tempo, dalla parte della Principessa. L’ufficio infatti aveva un suo ingresso indipendente che dava su una scala esterna al cortile della prigione. Probabilmente serviva ad incontrare delegati, sindaci o quant’altro senza dover scomodare la sicurezza interna. Chi aveva voglia di infilarsi in una prigione in fondo? Questa doveva essere stato il pensiero del costruttore si disse la Principessa.

Percorse l’ampio ufficio, aprì la finestra ed uscì sul terrazzino, scese le scale e capì perché la sicurezza non era un problema. La scala era riparata da un muro di cinta altro due metri circa e, alla fine della stessa, un portone ad unica battuta in solida quercia era sprangato dall’interno ed inchiodato da anni, vista la ruggine formata sui chiodi.

La Principessa salì nuovamente le scale. Senza via di uscita. A meno che – pensò – se riuscissi dalle scale a saltare sul muro, che è abbastanza largo, potrei cercare di calarmi.

Non ci pensò sopra più di tanto. Con una mano raccolse la gonna, fece un nodo a lato perché non intralciasse il salto, buttò la mantella dietro le spalle e saltò dalle scale sul muro di cinta.

E cadde. Giù dal muro diretta sui cespugli sotto stanti. Che attutirono la caduta provvidenzialmente. Fuori dalla prigione.

Non stette a curarsi se si fosse rotta o meno l’osso del collo. Era fuori e questo bastava. Sciolse il nodo alla gonna, con la mantella blu scuro si coprì bene spalle e viso tirando su il cappuccio.

A passo lesto si diresse verso l’unico pensiero che ormai le era rimasto. Verso la voce. Verso il Mare.

L‘ultimo scampolo di libertà prima di un futuro di prigione, in un paese lontano e ostile. Poco importa come sarà domani. Adesso sono libera, si ripeteva la principessa, anche per non sentire il dolore della caduta.

Scese in qualche modo dalla rupe sulla quale era posto il fortino. Tra graffi e scivoloni alla fine arrivò alla spiaggia.

Arrivò in riva al Mare.

Sentì nuovamente la brezza che invadeva il respiro. L’aria era particolarmente fresca dato che il giorno prima aveva piovuto (anche durante il viaggio, pensò).

Abbassò il cappuccio per lasciare che la brezza le accarezzasse meglio il viso e i capelli. Socchiuse gli occhi e la Luna illuminò la sua pelle come la luce si riflette in uno specchio.

Il Mare non sapeva decidere se fosse la Luna ad illuminare la Principessa, o se fosse lei ad illuminare con la sua pelle la Luna.

La Principessa sentì come se il Mare davanti a lei, vasto e oscuro, si aprisse come se volesse abbracciarla.

Il Mare infrangeva le proprie onde sempre più caute attorno alla Principessa, come in un abbraccio.

Per un attimo la Principessa sentì Amore. Ma fu un attimo.

Il pensiero del domani, oscuro e disperato, diverso da quel Mare dolce che profumava di sale e di libertà, le venne alla gola come un cappio.

La tristezza le pervase l’animo. Sembrava non ci fosse più un posto dove nascondere e ripararsi. E tutto perse importanza. Anche la Vita.

E allora mise un piede in avanti. E poi un altro. Finché il Mare cominciò, inevitabilmente a bagnarle già le caviglie.

Il Mare, dal canto suo, aveva capito le intenzioni della Principessa. Il Mare, profondo com’è, sa scrutare negli abissi degli Uomini. Figurarsi di una Principessa.

Cercò di ritrarsi il più possibile, ma andare oltre sarebbe stato comunque fatale alla Principessa.

Il Mare allora chiese aiuto alla Luna.

“Aiutami, te ne prego!”

“Cosa c’è?” disse la Luna sonnolente.

“Come: cosa c’è? Non lo vedi anche tu cosa vuol fare questa Principessa?”

“Sì che lo vedo. E allora? Sai quanti di lei prima e quanti di lei dopo faranno lo stesso stupido gesto?”

“Sì lo so, non è questo il punto…”

“E allora? Perché ti preoccupi per questa e non degli altri?”

“Perché… Perché… Lei è importante…”

“O santo tuo fratello il Cielo! Non mi dire che ti sei…”

“Può darsi. E quindi? Che male c’è se me ne occupo?”

“Ma come fai se l’hai appena vista, dico io. Va bene che sei profondo, ma tu esageri a volte!”

“Mi dai una mano, PER CORTESIA? Non posso trattenere le onde ancora per molto! Dovrò rilasciarle e a quel punto travolgeranno la Principessa perché troppo grandi”

“Va bene. Che rompi scatole. Cosa vuoi che faccia?”

“Il trucco della marea!”

“Stai scherzando? Ma lo sai che casino viene fuori? E poi cosa conti di fare dopo? Mica posso mandare in secca tutta la spiaggia!”

“Dai, una tiratina!! Poi qualcosa m’invento, lo sai no?”

“Uffa. Stavo così bene mezza dormiente! Va bene dai. Ohissà, ooooohhhissà…”

“Brava Luna, sei un amica!”

La Principessa continuava a mettere un piede davanti all’altro. Ma, adesso, l’acqua del Mare, anziché salire dalle caviglie alle gambe, era scesa a sfiorare i piedi. Lungo tutta la riva il Mare si era ritirato di diversi metri. Si era abbassata la marea di colpo. La cosa bella è che, ritirandosi così velocemente, conchiglie e qualche piccolo granchio affiorava dalla sabbia bagnata.

La Principessa ne vide uno e, incautamente, lo raccolse con delicatezza. Il granchio, per tutta risposta, le pizzicò il dito, ricadde sulla sabbia e in un baleno scomparve nell’acqua bassa.

La Principessa rise. Si senti un po’ stupida, un po’ bambina. Un po’ ingenua. Si ricordò del gatto rosso che le graffiò il dito da piccola. Di sua madre che la rimproverava perché l’aveva avvertita di lasciare stare il gatto. Di come poi, diede il latte al gatto. Di nascosto da sua madre. Si ricordò insomma di essere stata felice. Nonostante tutto.

Senti quella voce flebile venire dal Mare. Sembrava una canzone. Sembrava una nenia venuta a consolarla. A cullare il cuore.

Senza voltare le spalle al Mare arretrò fino a tornare sulla spiaggia asciutta. Fece un cenno di ringraziamento.

Il Mare l’avrebbe protetta. Ora lo sapeva.

In distanza, dal forte Lecroix, si sentivano provenire le voci dei soldati in allarme.

La Principessa e il Mare – 4

“Voglio turni di guardia da quattro ore. Due uomini alla porta e due sulle scale. Inoltre cinque soldati sempre pronti ad intervenire. Purtroppo i miei devono riposare dopo due giorni di viaggio ininterrotto. Domani ci muoveremo all’alba. Voglio essere in mare aperto per ora di colazione.” Ordinò il Capitano al comandante “Nel caso ci fosse qualsiasi tipo di richiesta della Principessa, movimento sospetto o foglia che cade fuori posto, voglio essere immediatamente informato. Sa già dove trovarmi comandante”

“Certo Capitano”

“Ah, comandante, come le dicevo, verrà informato chi di dovere per l’ottimo operato. Ma se andasse qualcosa storto, penserò io a giustiziarla sul posto. A più tardi comandante”. E si diresse verso la stanza adibita a riposo, per così dire.

Il comandante, con la schiena che anocora sudava freddo, restò a guardare il Capitano girare l’angolo.

“Maledetto bastardo. Non sei nemmeno un nobile! Solo e soltanto perché sei il Capitano delle guardie scelte dai ordini come un generale. Portati via la tua preziosa Principessa, così che possa ripartire per la caserma domani stesso e lasciare questa topaia di prigione!”. Le parole gli uscirono sommesse con rabbia, ma la schiena la sentiva ancora gelata.

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