Questione di regole – Epilogo

Il soffitto è di un colore colore bianco sporco, forse grigio. Fatico da qui a capire quale sia il colore vero, sarà per via della poca luce; il proiettile piantato nel petto di certo non mi aiuta. Sento che la camicia è ormai intrisa del il mio sangue. Non butta bene: mi sa che ho perso la scommessa stavolta.

– Mi sa anche a me – sento la voce di Marco.

– A cosa ti riferisci? Alla scommessa? –

– Sei stato uno sciocco. Cosa pensavi di ottenere? Di salvare me e la tua adorata? – la voce di Marco è calma con un filo di irritazione sul fondo, almeno credo.

– Ti pare poco? Non potevo mica ammazzare qualcuno. Ne ho fatte di porcherie: passi essere di dubbia moralità, ma un assassino… –

– La tua ballerina se ne va col boss, tu muori in capannone abbandonato e ti senti pure soddisfatto? Per una volta mi meravigli, lo sai? –

– Eh, già. L’anima al diavolo non la si può vendere, ma la si può corrompere a tal punto che il Diavolo la possa reclamare –

– C’ero andato così vicino. Non avresti mai perduto l’anima per denaro. Ma per amore… per amore avresti fatto di tutto –

C’è silenzio intorno a me. Il capannone è vuoto, a parte il mio cadavere ancora caldo. Marco, o chi per lui, è scomparso, a parte la sua voce nella mia testa.

– Non credevi che l’avrei lasciata andare, eh? Che mi sarei sacrificato piuttosto che diventare un assassino: il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi –

– Eh, già. E va a finire che ti salvi pure l’anima. Beh, dopo tutta questa fatica, non ti lascio mica farla franca. E’ una questione di tempo: più lasci tempo alle persone, più queste si cacciano nei guai. E tu sei uno di questi. Sai? I miracoli non li fa solo quello dell’ultimo piano –

Sento il rumore di una sirena in distanza. Poi il buio.

Più tardi (molto più tardi) sono seduto nel locale quando la vedo entrare. E’ bella come un anno fa: sono mesi che vengo qui tutte le sere. Ho fatto un atto di fede: ho creduto nei suoi sentimenti ed ora eccola lì. Mi avvicino piano, la vorrei invitare a ballare; spero di non spaventarla troppo: sopravvivere ad un proiettile è praticamente un miracolo e temo le prenda un colpo se mi pensa morto e defunto. La chiamo, si gira verso di me: è esterrefatta, incredula ma sorride. E’ felice. Lo siamo entrambi. La invito a ballare. Finalmente siamo nuovamente l’uno nelle braccia dell’altro.

Per un attimo intravedo Marco in angolo del locale che sorride. O meglio, sogghigna.

 

Questione di regole – parte V

Non lo so neanch’io cosa ci faccio qui. Non conoscono nessuno eppure sembra che tutti mi conoscano. Il posto è un cesso, ma almeno la musica è buona e non è a volumi esasperati come in una discoteca vera. Qui si viene solo per ballare, nemmeno si rimorchia. Qui i sudamericani si portano le loro “chicas y mujeres” da casa. Questa non è zona di conquista, così almeno me ne posso stare in pace. Ci sono venuta solo una volta, accompagnata da quel povero disgraziato. Ho lo stesso vestito verde di un anno fa. Stesse scarpe da ballo: non le ho più usate da allora, nessuna buona occasione. Nessuna voglia di trovare una buona occasione.

Nonostante tutte le sue regole, non ha smesso di cercarmi. Nonostante i no e i silenzi. E’ andata a finire che il boss se n’è accorto, tra un ragazzetto e l’altro. E’ andato dalla carogna del suo “amico” e gli ha chiesto indirizzo e telefono privato. Altro che e-mail. Non gli hanno nemmeno dovuto fare domande: il suo amico si è seduto sulla sedia, ha lasciato che gli legassero le mani e ha spiattellato dati anagrafici come se lo conoscesse dalla nascita. Se lo sono andati a prendere sotto l’ufficio e poi… gli hanno messo la pistola in mano. Quel pazzo si è sparato al cuore, senza batter ciglio. Senza una parola. Lucido e freddo, come se aspettasse solo quello. Come a sperare di liberarsi di tutto e tutti. Anche di me.

Se solo avesse dato retta alle sue regole, sarebbe ancora vivo. Ironia della sorte (nemmeno due sere dopo che quello si era sparato in pieno petto), uno dei ragazzetti che si faceva il boss nelle sue serate alternative, dopo l’ennesimo tiro di coca, è scoppiato in una crisi isterica, fracassandogli il cranio con un posacenere pieno zeppo di roba. A dimostrazione che, alla fine, anche la roba buona ti ammazza. .

E’ finito tutto. Finiti i soldi, le amicizie particolari, le serate alternative. Finalmente libera: tutto a posto. A parte questo senso di nostalgia. Quelle mani che mi tenevano silenziosamente stretta al suono di una canzone. Le parole che scomparivano fra le carezze al volto. Mi avrebbe dato la luna se avesse potuto, glielo leggevo in faccia. Mi avrebbe regalato oro antico e, invece, si è preso nove millimetri di piombo. Voleva il mio amore e mi ha dato il suo cuore. Voleva sollevarmi in aria, come in un musical americano, invece è finito a terra come in film di mafia. Uno stupido. Un dolcissimo stupido.

Dopo un anno, stasera è la prima volta che vado a ballare. Cosa ci faccia qui, col vestito corto e scarpe da ballo senza nemmeno l’ombra di un cavaliere, non lo so nemmeno io. Qui è dove abbiamo ballato l’ultima volta. Se solo avesse smesso di cercarmi…

– Posso chederle di ballare? –

Eccolo, il solito scocciatore… Adesso mi giro e gli sparo il più classico dei “no, mi spiace, non ballo”.

– Mi spiace, non b…b… all… –

– Scusami, hai ragione: la buona educazione prima. Buona sera, come stai? Ti va di ballare? E’ da un po’ che non ci vediamo, ma sei sempre bellissima come un anno fa. –

– Ma tu? Tu… tu eri? –

– Io ero? Cosa? Hai la faccia di una che ha visto un fantasma: tutto bene? –

– Piantala di scherzare, tu eri… a  terra, in una pozza di sangue! Un proiettile nel cuore! –

– Beh, ecco, no. Nel senso… cioè… Sì, ero a terra e ho perso molto sangue, ma il proiettile era nel petto, vicino al cuore. Diciamo che una nove millimetri è un’arma da donna e il proiettile, se prende la giusta angolazione, non passa dal cuore… certo, bisogna sapere dove puntare e avere un po’ di fortuna… tre settimane di terapia intensiva danno la misura di quanto poco sia facile da fare, però… ho fatto un accordo col diavolo… –

– Gli hai venduto l’anima? –

– Non si può vendere ciò che non ti appartiene… l’anima è di Dio. Ho fatto qualcosa di meglio: gli ho girato gli indirizzi e-mail delle mie clienti… ex clienti… –

Sorrido. Non capisco più nulla. Non so se sia vero o stia vivendo una sorta di allucinazione. Istintivamente appoggio la mano al centro del suo petto. Sento sotto la camicia la cicatrice. E sotto di essa un cuore che batte fortissimo. Ce lo ha scritto in faccia: è felice di vedermi.

– E le tue regole? – gli chiedo con una punta di malizia.

– Ma sì, in fondo si sa… le regole sono fatte per essere infrante – mi risponde  con un sorriso.

– Beh… e adesso che facciamo? – gli chiedo ancora, avvicinandomi mentre mi tiene le mani.

– Che domande! – fa lui – Balliamo! Punto, Fine. –

 

Questione di regole – parte IV

La stanza è un ufficio spoglio di un capannone semi dismesso. Dovevano ristrutturarlo, c’era anche l’appaltato. Poi la crisi e l’appalto truccato hanno bloccato la ristrutturazione. Così avevo sentito dire.

Da un lato, un po’ in ombra, c’è la ballerina, ma non sembra lei. Niente vestito corto, niente tacchi, niente trucco. Gli occhi trattengono le lacrime; il respiro è a singhiozzi.

Dall’altro lato, sotto la luce e seduto su una sedia, c’è Marco. Gli occhi non trattengono le lacrime, così come in naso non trattiene il sangue. Il fiato è corto ed affannato. Le mani sono legate alla sedia.

In mezzo ci sono io, che dovrei essere quello messo meglio, se non fosse che ho in mano una nove millimetri, un solo colpo in canna ed il calcio della pistola sporco del sangue di Marco. Ecco: a me il fiato manca, mi sembra di stare in apnea; ho la testa che mi gira e faccio uno sforzo immane per rimanere concentrato sul presente. Ma sono in un vortice che la più sfrenata passione non può nemmeno lontanamente eguagliare. Anche se, è proprio la passione ad avermi messo in questo casino.

Il tizio messo bene invece è quello comodamente seduto alle spalle della ballerina, in mezzo a due ceffi grossi il doppio di quanto consenta madre natura, dotati di semi automatiche spianate su di lei e me; Marco non se lo filano nemmeno: lui è solo la pedina da sacrificare. Il gioco riguarda me, la ballerina e il tizio seduto comodo. Il re tra le torri, la regina, l’altro re sotto scacco ed il pedone seduto ed inutile.

“Allora, me lo spieghi perché una puttana come te deve avere l’attenzione della mia fidanzata?” mi chiede il tizio.

“Non immaginavo fosse la fidanzata di qualcuno” sto mentendo al tizio “E non  sono una puttana.” Sto mentendo a me stesso.

“Vedi, nel mio ambiente, il rispetto conta moltissimo. E’… una questione di credibilità. Posso lasciar cadere una volta – in fondo – chi non sbaglia mai? Però a due non ci si arriva, figuriamoci a tre. Che credibilità può avere un uomo che non è capace di gestire il proprio letto? Che accetta il tradimento fingendo di non sapere o, peggio, che non si accorge delle disattenzioni della propria donna? Quanto sarà attento, quindi, con i suoi soci o con i suoi sottoposti? Vedi, un uomo così, non ha credibilità, quindi non viene preso sul serio. Qualcuno comincia a mancare di rispetto e poi iniziano i casini: soci che si rivolgono ad altri… sottoposti che si mettono in proprio… Questo diventa un danno per gli affari. Business is business. E’ una questione di regole: tu tocchi qualcosa che mi appartiene e io ti faccio sputare l’anima, nel senso più filosofico del termine. Hai un proiettile nella pistola: o spari al tuo amico, salvandoti la pelle, finendo in un mare di guai con la polizia e dannandoti per sempre dato hai ammazzato un tuo amico perché ti sei scopato quella sbagliata oppure… ti pianti una pallottola in fronte e ti presenti al Creatore, sperando non ti condanni per aver desiderato la donna d’altri, ma almeno avrai salvato il tuo amico… Se pensi di spararmi, i miei dipendenti apriranno il fuoco sulla tua adorata ballerina ed il tuo amico. Poi, ti lasceranno in una pozza di sangue: se sopravvivi, rimarrai in un letto fine alla fine dei tuoi giorni. Con due morti sulla coscienza.”

Quando, guardando l’uomo allo specchio, mi dicevo che uno dei due sarebbe dovuto morire, non pensavo che fosse in senso così letterale.

Punto la nove millimetri su Marco. Alza lo sguardo, sgrana gli occhi impastati di lacrime e sangue. Lo odio per avermi portato alla bocca dell’inferno, ma odio di più me stesso per averglielo consentito. Lui lo capisce ed accenna un sorriso, che è più un ghigno satanico. Sorrido anch’io. Ogni diavolo ha il suo dannato come ogni angelo ha il suo protetto. Non mi giro verso la ballerina: per me lei è bellissima, me la voglio ricordare così. E poi, ogni angelo rimane alle spalle del proprio protetto.

Sono su un abisso, non ne posso uscire a meno che non mi ci lasci cadere dentro. Faccio una scommessa: l’ultima, se va male. Punto la pistola e non verso la testa del povero diavolo di Marco. Poi premo il grilletto.

 

Questione di regole – parte III

Era fredda e risoluta.

– Dobbiamo parlare. –

Quando una donna esce con questa frase significa che sarà lei a parlare e tu dovrai stare zitto (nella migliore delle ipotesi) e non potrà dire che due cose: o è in cinta (e tu non sei necessariamente il padre), oppure…

Nel mio caso era oppure. A detta sua ero cambiato dopo il matrimonio (verissimo: chi non cambia mai?), ero lontano da quel ragazzo dinamico e inarrestabile di una volta; ero diventato inerte e spento.

Aveva fatto la valigia e se era andata quel pomeriggio. Matrimonio finito. Quando la crisi va avanti da anni, uno se lo dovrebbe aspettare. Purtroppo non è così: si cade davvero come una pera (un po’ vecchia) dall’ albero; non per ingenuità o accidia, ma perché si pensa che sia un periodo, che poi passerà e che capita a tutti. Infatti è così: il periodo finisce, la relazione anche e i tribunali sono pieni di pratiche di separazioni e divorzi.

La mia ex aveva però piene ragioni. Lei si occupava di eventi e gallerie d’arte, era tutto uno stimolo mentale continuo; io, invece, ero finito in un ufficio, responsabile di tutto quello che serviva al mio capo, incluso fare da parafulmini. Mi ero spento, finita la passione. Soprattutto con lei.

La mia ex mi fece, inconsapevolmente, il regalo più grande: mi buttò in mezzo alla strada, scaricandomi. Lasciata la casa, finii in un mezzo buco di posto; mi guardai allo specchio. Da dentro lo specchio. Mi arrabbiai con me, lei ed il mondo. Cercai, fra le macerie delle mie vecchie passioni qualcosa da rivitalizzare: volevo tornare sulla cresta dell’onda, dimostrare a lei che si sbagliava e che non ero morto, anzi, l’avrei riconquistata sul campo.

Mi iscrissi ad uno di quei corsi di ballo che si vedono in giro; il ballo mi era sempre piaciuto e pure a lei, ne avevamo parlato tanto senza mai concludere nulla: ecco, stavolta IO avrei ballato e lei sarebbe rimasta a bordo pista ad ammirarmi.

Con questo spirito di rivalsa iniziai i corsi; due mesi, poi tre, poi sei, un anno. Quando mi guardai allo specchio c’era un’altra persona, in un corpo diverso e con un discreto numero di followers: non mi importava più riprendermi chi mi aveva lasciato sul marciapiede, mi interessava molto di più capire chi era quello nello specchio.

In questo periodo di mutazione incontrai Marco: aveva fatto un lavoro di grafica per il nostro ufficio (lui amava definirsi un free-lance), ma non capivo come riuscisse a permettersi una Mercedes, abiti griffati e un fine settimana fuori porta ogni sacrosanto fine settimana. Le sue fatture erano passate, ovviamente, prima dalle mie mani (guarda che se spendiamo troppo te lo scalo dallo stipendio, era la frase di rito) e quindi tiravo il collo a qualsiasi fornitore.

Posi la domanda in modo semplice, non troppo diretto e con un certa diplomazia:

– Come cazzo fai a mantenerti? Ti scopi la Regina Elisabetta e quella sgancia? –

– La Regina è troppo vecchia e poi Londra si mangia di merda; qui invece il giro non è male. E poi sono loro a venire da me… A venire in generale. – mi rispose Marco in modo semplice e discreto.

Ci guardammo negli occhi, sorridendo come farebbero due lupi quando incrociano un capriolo.

Mi spiegò del circuito su internet e dell’iscrizione non troppo esosa al sito.

– Facile e senza menate. Puoi accettare o meno. Ma conviene quasi sempre accettare: se hai un feedback alto, non ti mollano più e sganciano l’impossibile. In fondo, avrai anche tu le bollette da pagare, no? –

Certo che avevo le bollette, oltre all’affitto e le rate di un mutuo non completamente estinto nonostante la vendita della casa (la mia ex aveva già saldato la sua parte e si era tirata fuori dai casini, lei…).

Con qualche ballerina avevo avuto una o più serate di svago, qualche piccolo benefit in paio di occasioni, ma qui diventava una roba seria. Solo che l’avrei capito dopo. Al momento mi interessava solo mettermi in discussione, capire chi era quello allo specchio che mi fissava. E Marco sembrava conoscere quel tizio meglio di me.

– E se vado all’appuntamento e quella mi sfila un rene? – chiesi io, quasi serio.

– Se ti paga, qual è il problema? – rispose Marco, molto più serio di me.

– E se tira fuori oggettistica strana e vuole approfittarsi di me? –

– Fatti pagare il doppio, non vedo dove stia il problema. –

Iniziai per scherzo, per curiosità e per necessità.

Ora che mi sto rivestendo, butto l’occhio a quella magnifica schiena di lei messa sul fianco. I lunghi capelli rossi naturali coprono solo in parte la pelle candida. Io il tedesco non lo capisco, biascico un poco d’inglese, ma lei mi è sembrata molto soddisfatta. Specie quando mi ha tenuto la testa fra le magnifiche cosce, senza lasciarmi nemmeno respirare. Poi si è sdebitata, ampiamente. Prima nel letto poi nella busta che mi ha lasciato vicino al comodino. Lei è esausta ed io ho la schiena tatuata dai graffi: mi ci vorrà qualche giorno di ferma e del cicatrene per velocizzare la guarigione. Poi sotto la prossima.

Dovrei essere soddisfatto, eppure, il mio pensiero va di nuovo a lei. Mentre l’uomo allo specchio sembra volermi dire qualcosa che non voglio accettare: uno di noi due deve morire.

Questione di regole – parte II

Siamo sdraiati con le lenzuola che coprono malamente quel che rimane della passione.

Riavvolgo il nastro.

Marco insiste nel dire che dovrei piantarla con le mie regole, mentre io gli rispondo che sono quelle a salvaguardarmi. Siamo diversi per età, estrazione sociale, gusti e fini ultimi. Solo una cosa ci accomuna: siamo due professionisti. E due maschi. Quindi, da colleghi maschi, siamo piuttosto solidali. Stasera mi ha prestato la macchina: Mercedes SLK Compressor. Lui sostiene che sia un ottimo biglietto da visita, io ritengo che la macchina sia un optional; a parte quando questa ti pianta in asso e devi correre da una cliente. La solita e-mail arrivata tre ore prima (la tempistica stretta era insolita invece) di una cliente particolare ed esigente; gli ho chiesto il favore e lui, senza batter ciglio, ha messo le chiavi sul tavolo.

“Mi raccomando: mi è costata fatica. Anche se usata, beh, lo sai che la proprietaria era esigente… trattamela bene”.

Marco se l’era davvero sudato quel presente: la sua amica particolare era rimasta talmente soddisfatta della loro amicizia che gli aveva sganciato la Mercedes di buon grado, “tanto la devo cambiare”. Poche settimane più tardi, l’amica particolare era passata a nuove amicizie.

Passo a prendere la mia cliente che abita fuori, in periferia.

Questa paga salato: il doppio del doppio. Nemmeno per una escort si pagherebbe tanto.

Ma lei mi vuole. Stando alle regole, le mie, questa sarà l’ultima volta.

Mi chiede di andare a ballare ed io acconsento: spero solo di non crollare più tardi.

Sale in macchina, indossa un impermeabile e scarpe col tacco. Il tacco è basso. O meglio, basso se paragonato a quella roba vertiginosa che si mettono le donne. Quel tacco lì invece la dice lunga.

La scarpa è con laccetto ed è semi aperta. La caviglia è meravigliosamente sottile. La signora sa cosa vuole, è evidente. Così come è evidente che la scarpa è da ballo. Difficilmente si indossano fuori dalla pista, ma ho la netta impressione che non potesse fare altrimenti.

Arriviamo al locale. Il posto non è per claustrofobici: si infila una scala in cemento e si scende sotto terra. Non è un posto alla moda. Ci vengono solo latino-americani e qualcuno del giro del caraibico. Qui posso entrare senza essere infastidito: qualche amico, cugino di qualche cugino che mi ha fatto entrare tempo addietro. Quando eserciti una professione come la mia, smetti di essere visibile. La clientela va tutelata: business is business.

La cosa buffa è che avevo iniziato a ballare per causa di una donna, senza tener conto che avrei ballato appunto con l’altro sesso. Ballavo per ballare. Poi iniziai a metter su fisico. Poi qualche signora mi apprezzò come ballerino e compagno della serata. Poi divenne una cosa seria e lasciai il ballo. Per lo meno, quello dei locali in voga. Se volevo ballare, mi infilavo in posti fuori dal giro: fuori dal giro delle potenziali clienti, s’intende.

Lasciamo le giacche ad un improvvisato guardaroba. Lei toglie l’impermeabile e mi mozza il fiato: vestitino corto aderente. Lei non è alta, ma è molto atletica. Ha braccia e addominali scolpiti. Quando si gira, tra gambe e fondoschiena, ho un sussulto. La mia signora è una ballerina. In tutto e per tutto. Ho un sincero timore: stavolta la brutta figura ci scappa.

Si gira e mi guarda con quegli occhi scuri e profondi che sono persino peggio delle gambe e tutto il resto.

– Andiamo? Ti spiace se beviamo qualcosa prima? – Annuisco: se apro bocca, so già che mi trema la voce.

Ordiniamo da bere: io vado leggero, la serata è lunga e dispendiosa in termini di energie, ormai è chiaro.

La musica è alta ma non assordante, la pista è piccola ma non è pienissima.

– Balliamo? – Il DJ ha messo su un pezzo famoso, una salsa del solito Marc Anthony (il pezzo comunque è uno dei miei preferiti ed è molto trascinante). Ora, in genere, non partirei con una salsa: sono a freddo e mi scasso ancora prima di cominciare. Buona regola sarebbe scaldarsi prima con qualcosa di lento, però, stasera, è il doppio del doppio: si fa come vuole la signora e senza storie.

Lei balla fluida e leggera come fosse lì da un’ora. E’ tecnica, ma naturale. Si lascia portare, guidare e spostare con una naturalezza tale che sembra come se ballassimo insieme da sempre. Imposto un doppio giro e via. Poi un quadruplo. Come se facessimo solo quello per vivere. E io così ci vivrei, a ben guardarla. Lei sorride e io mi esalto. Non c’è spazio per pensare, ci siamo solo noi e la musica. E il ballo. E i suoi occhi scuri che brillano come il sole d’estate. Sento la sua felicità ad ogni giro, ad ogni figura, ad ogni passaggio.  La sento felice. O forse è la mia di felicità che sento?

Non c’è tempo per le domande. La musica cambia. Non è più una salsa, hanno messo una bachata.

Fino ad ora eravamo rimasti più o meno distanti, adesso siamo abbracciati stretti.

Il locale è piccolo e la temperatura elevata: la sua schiena semi scoperta dal vestito è comunque sudata.

Lei mi chiede scusa. Io le rispondo che va benissimo così, che non la voglio diversamente da com’è.

Solleva lo sguardo e poi lo abbassa con un pudore del tutto inaspettato con l’imbarazzo di una ragazzina. Quel imbarazzo è così dolce che non posso fare a meno di rispettarlo, tuttavia la stringo ancor di più a me, per quanto possibile. Siamo l’uno nelle braccia dell’altro, gambe tra le gambe. Non c’è nulla da immaginare.

Non è più ballare quello che stiamo facendo: ormai è una carezza dopo l’altra, uno sfiorare l’anima attraverso la musica, un corteggiare il piacere altrui. Lo stiamo facendo sotto gli occhi di tutti e nel modo più segreto possibile. Gli altri vedono i nostri corpi stringersi, prendersi, lasciarsi e ritrovarsi. Noi sentiamo tutte le emozioni della musica pervaderci la mente. Siamo cuore a cuore, senza più pudori né distanze.

Ballo dopo ballo, carezza dopo carezza, amore dopo amore, arriviamo alla fine della serata.

La riporto a casa. Lei è seduta accanto a me, chiusa nel suo impermeabile.

Una volta arrivati, sfila la busta dalla borsetta, la mette vicino al cambio e apre la portiera.

– Questa volta non puoi salire. Ormai non più –

Tento di avvicinarmi alla sua bocca, ma garbatamente scivola via. Scende dalla macchina.

E’ finita, l’ho persa senza averla mai avuta.

Aspetto che il portone si chiuda dietro di lei.

Appoggio la testa al volante per qualche minuto. Il vuoto è devastante.

Prendo il cellulare e faccio un numero che so sempre attivo.

– Tutto a posto? –

– Non lo so. Scusa se ti ho svegliato… ti rompe se passo? –

– Sì, in effetti. Ormai mi hai svegliata… dai passa, rompipalle! –

Il tono di voce della mia ex moglie è comunque paziente e comprensivo.

Arrivo al suo appartamento d’altra parte della città in dieci minuti. Salgo in casa, ci salutiamo con un bacio. Poi la spoglio in qualche maniera e facciamo sesso. Senza curarci dei dettagli. Scopiamo e basta. Dopodiché lei si riaddormenta.

Siamo sdraiati con le lenzuola che coprono malamente quel che rimane della passione di un tempo lontano.

Io fisso il soffitto, ormai è l’alba.

Sono innamorato della ballerina: le mie regole sono andate a farsi fottere. Ed io con loro.

La Principessa e il Mare – 15

Le onde cullavano l’Aurora del Sud, più gentilmente del solito, notò Odisseo. Era scesa la notte e il cielo nero era trapuntato di stelle. Odisseo stava col naso all’insù, perso tra pensieri e ricordi fra quelle stelle millenarie. Aruen era di nuovo scivolata in un sonno profondo ma sereno. Era rimasta in coperta: si era assopita durante il tramonto; aveva chiesto ad Odisseo di essere lasciata lì nel caso si fosse addormentata. Il gatto rosso le dormiva accanto, come un fedele compagno.

Odisseo, sempre con la mano appoggiata su quello che sembrava il timone, volse lo sguardo verso i due. Un sorriso lieve e benevolo gli increspò ulteriormente il viso già consumato dal tempo e dalla salsedine.

“La trovi bella anche tu, non è vero?” chiese il Mare.

“Certamente. Ma, a differenza tua, non avrei sollevato una tempesta” rispose Odisseo.

“A suo tempo facesti anche di peggio se non sbaglio” ribatté pacatamente il primo.

Il Mare non si sbagliava. Odisseo fece una vera e propria strage per la sua sposa. Alla fine, decise di prendere la via del Mare e non tornare più; comprese che sulla terra ferma non avrebbe più trovato ciò che aveva amato così tanto. Almeno gli spazi sconfinati del Mare sembravano dargli quella pace che tanto anelava.

“Lo sai che le daranno la caccia” riprese Odisseo  “Lo sai che non si daranno pace. La conosci la tenacia degli Uomini”

“E’ per questo che l’ho portata da te. Perché tu conosci quella tenacia e saprai contrastarla”

“L’Aurora del Sud non possiede armi e non è inaffondabile. Specie se cannoneggiata!”

“Non vi spareranno coi cannoni” rispose sempre tranquillo il Mare.

“Ci spareranno coi moschetti. Poi tenteranno l’abbordaggio. E, se va bene, mi impiccheranno!”

“Saprai trovare modi e parole. Sei riuscito persino a dissuadere me dall’affogarti”

“Ti prego di non rivangare il passato…” Odisseo aveva la voce tremante.

“Non ti preoccupare ora. Siete ancora al sicuro. Le navi sono ancora lontane”

“Le navi? Ce ne sono più d’una quindi?”

“Sì. Una vi sta cercando. Le altre arrivano dalla sponda avversa. Da dove la Principessa cercava di  scappare. Quelle possono essere una minaccia”

“Bene. Ti ringrazio per questa ennesima prova” concluse Odisseo, buttando la testa indietro.

Il cielo era uno spettacolo di microscopici diamanti splendenti.

“Una Principessa, una nave alla sua ricerca e una flotta nemica. E io che volevo solo navigare!”. Disse fra sé e sé.

La Principessa e il Mare – 14

Stava in piedi come una statua, dritto come l’albero maestro. Unico albero di una barca senza vele. Il beccheggio ed il rollio non lo scuotevano: sembrava che i piedi nudi e scuri fossero parte del legno dell’imbarcazione. Solo un lieve movimento delle spalle tradivano tracce di vita. Una mano era poggiata sul legno che s’innestava a quello che sarebbe dovuto essere il timone di poppa, solo che anche’esso era fisso come il marinaio. Lo sguardo puntato verso l’orizzonte piatto, ad osservare.

La Principessa gradualmente aprì gli occhi. Sentiva un peso sulle ossa come se avesse attraversato l’oceano a nuoto; non aveva le forze per fare altro se non osservare quella figura. Un pantalone corto, chiaro e sudicio. Il resto del corpo esposto ad un sole impietoso in mare aperto. Sembrava giovane a dispetto della pelle abbrustolita e invecchiata da quel sole. Sembrava davvero di legno, parte integrante della barca. L’unica cosa che lo rendeva sicuramente un’uomo erano i capelli corti e disordinati e gli occhi. Verde chiaro, come il Mare quando, gentile, incontra fondali bassi. Poteva avere vent’anni o mille.

Lui si accorse di lei. Che era sveglia.

“Buongiorno. Temevo non ti saresti più ripresa”

“Dove sono? Chi sei?” La Principessa da distesa, si tirò dritta seduta, a fatica, nel pozzetto della barca. Il corpo era annientato dalla stanchezza.

“Sei sulla mia barca. Sull’Aurora del Sud. In mezzo al Mare. Ed io sono il capitano, il mozzo, il traghettatore ed il pescatore…”

“E il timoniere?” chiese con un filo di ironia e curiosità la Principessa.

“Ah, no. Quello è il Gatto Rosso. E’ lui che decide dove andiamo. Di comune accordo con la barca.”

La Principessa girò la testa verso la prua dell’Aurora del Sud e, in effetti, vide un gatto rosso seduto in coperta che la osservava.

“E come si chiama il gatto?”

“Non lo so. Non parla molto con me. Potresti chiedere alla barca”

La Principessa guardò  indietro verso il marinaio bruciato dal sole. Pensò che pure la mente di quel poveretto si doveva essere bruciata.

“Scusa, ma come fa il gatto a timonare? Visto che il timone è inchiodato fisso!”

“Lui parla con la barca, come ti ho detto. Propone o chiede una rotta l’Aurora del Sud e lei vira, stramba o poggia. A seconda delle necessità”

Il marinaio staccò gli occhi dall’orizzonte e guardò la Principessa: si accorse di quanto fosse perplessa. “Vabbè, ti spiego” riprese lui.

“In tempi remoti, un popolo dell’antica Grecia sapeva costruire imbarcazioni che si governavano da sole, senza marinai, timonieri o altro equipaggio. Un giorno, per aiutare un tale, un naufrago, a tornare nella sua isola natia, gliene fecero dono. Così però si inimicarono il dio del Mare. Per punirli il dio fece spuntare un monte all’imboccatura del porto dell’isola di quel popolo. E addio barche senzienti. Questa è l’ultima che rimane. ”

“Questa è quella del naufrago?” chiese la Principessa. Il marinaio non rispose, ma un lieve sorriso increspò il viso color bruno.

“Il nome del gatto non si riesce a sapere, ma almeno il nome dell’uomo che mi ha salvato dalle acque, si può conoscere? Almeno sapere a chi devo la mia vita!”

“Odisseo. E’ il nome con cui mi chiamano le genti delle terre ferme. Ed il tuo?”

“Aruen. Così mi puoi chiamare”. Ripose la Pricipessa, omettendo di proposito il suo titolo

“Aruen, tanto per essere chiari, non ti ho salvato io dalle acque: è’ stato il Mare a portarti alla barca”

Questione di regole – parte I

È indiscutibile. È bella.

Anzi è bellissima. A volte mi chiedo cos’abbia fatto per meritarmi così tanta grazia; poi, dato che la risposta non mi piace, smetto di farmi la domanda.

Questa volta non c’è stato il tempo di organizzare nemmeno la cena di rito: ero ancora in ufficio quando ho ricevuto la sua e–mail.

– Se per te è ok, ci troviamo direttamente da me, su in camera. Devo ripartire domani in mattinata. –

A volte so essere un bravo soldatino: obbedisco agli ordini senza fare troppe storie. Il vantaggio è che, saltando la cena, ho saltato pure il vino: si abbassa il rischio delle défaillances  (cosa quantomeno inopportuna, visto la situazione).

– Lo sai che hai un’abbronzatura notevole? – Le chiedo, inclinando il capo da un lato.

– È un problema? – Mi risponde lei, increspando la fronte.

– Non direi – Ho il terrore di aver sbagliato la battuta. Lei non è abbronzata: è nera come l’ebano.

– Meglio così allora…– Riprende, sorridendo maliziosamente. Lo sa che mi piace. È assolutamente padrona della situazione.

Spegne il telefono e lo appoggia sulla scrivania; di sfuggita vedo lo sfondo: una foto di due bambine. La carnagione però è più chiara. Non faccio domande, non le chiedo delle figlie; se ne vuol parlare, mi sta bene: non sono un animale, non scopo e, poi, “tanti saluti”. C’è sempre una persona dietro. Solo che se non vuole parlarmi della sua vita, io rispetto la sua volontà. Lo so come funzionano queste cose: ce lo avevo anch’io un cuore, prima che finisse tra le cose da portare in discarica. Credo sia ancora in mezzo a qualche scatolone. Mezzo rotto. In attesa di essere buttato. Però mi è rimasta la sensibilità: è un ottimo strumento, se la sai usare.

Mi tolgo la giacca. Mi slaccio i primi bottoni della camicia e i polsini delle maniche, risvoltandoli: mi piace avere le mani libere, incluso i polsi. Specie adesso.

Le giro dietro, appoggiando le mie mani sulle sue spalle praticamente nude. Il vestito è corto, ma non indecente. È elegante. O forse è lei che lo rende tale. La gonna lascia intravedere le gambe lunghe, nere. È una statua di grafite. Solo che è calda, morbida. Un velluto nero.

Massaggio leggermente le spalle scoperte e poi scivolo verso il basso, accarezzando le braccia. Quando arrivo in fondo alle sue dita, sposto le mani sui fianchi.  È un gioco facile: le bacio il collo (la pelle è velluto sotto le dita, ma sotto la bocca è una pesca bollente), con una mano le cingo la vita mentre con l’altra le alzo la gonna. Lei butta indietro la testa. Mi lascia fare, ora sono io il padrone della situazione. Mi ha voluto qui per questo, del resto.

La mia mano si infila fra le sue gambe, mentre quella in vita è ripartita verso la scollatura. Ormai siamo bocca su bocca. Le mani sono infilate nella sua biancheria. Nel suo intimo. Sento il sangue andare verso il basso e salirmi l’eccitazione. Lei mi stringe il sedere con la mano e spinge il suo sedere contro la mia eccitazione.

È un attimo: i vestiti volano via di dosso e  si spargono per la camera. Lei si appoggia al letto e io fisco con la lingua fra le sue cosce.

Va così. Un po’ confusi, un po’ ansimanti. Bagnati come se piovesse.

Poi lei mi ferma e mi tira verso di sé.

– Ti voglio, dentro – mi dice, sottovoce.

Mi tiro dritto, su di lei. Le apro le gambe lunghissime. Cerco senza fretta, ma con gusto, la strada.

La trovo. Mi tuffo dentro, piano.

È come finire in un vortice. Come la discesa dalle montagne russe: semplicemente ci manca il fiato.

Lei è strettissima: se non mi riprendo subito, il gioco (e il piacere) finisce già qui. Cerco il filo d’Arianna per uscire da questo labirinto, da questo gorgo. Un appiglio. Le bacio il collo. Questo basta per ritrovarmi. Lei mi stringe fra le gambe come in un abbraccio. Lei, nera come la notte, io bianco come la luna.

Siamo un bella coppia. Una bella accoppiata.

Non resistiamo per molto, ci piace troppo. Quando cede lei, allora mi sento in diritto di cedere anch’io.

Sono contento di aver rinforzato le gambe, altrimenti non ce l’avrei fatta. Ho evitato i crampi stavolta.

La tengo fra le braccia per qualche minuto. Poi mi scuso.

– Devo proprio andare in bagno. –

Quando torno, è seduta sul letto. A seno scoperto. È chiaro cosa vuole: perché deluderla?

Mi sdraio e la lascio fare. Riesce a riprendersi tutta la mia eccitazione. Decide che adesso è lei che comanda e gestisce. E io obbedisco: sono un ottimo soldatino.

Mi sta sopra. Si muove come meglio desidera. Per un po’ lascio fare. Quando decido che ora posso muovermi io, mi blocca.

– Non ci pensare nemmeno – mi sussurra all’orecchio.

Perdo la testa. Perdo il filo d’Arianna. Mi fa venire lei. E solo dopo, anche lei si lascia andare. Si lascia venire.

Siamo esausti. È stato più intenso di quanto vorremmo ammettere. Di quanto sarebbe opportuno ammettere, data la situazione.

– Ti spiace se mi do una sistemata prima di andare? – cerco di avere un tono il più dolce e confidenziale possibile. Non sono un animale. Non del tutto, in fondo.

– No, figurati, fai con calma. –

– Ti ringrazio. – Faccio con calma. Ma non troppo.

Mi metto in ordine. Mi rimetto i vestiti addosso e i suoi sulla sedia della camera. Lei si infila una camicia da notte. Elegante pure quella. Come sempre, in questi casi.

Prendo i soldi sulla scrivania e li metto nella giacca. Lo faccio con discrezione, ma disinvolto. Non mi va di metterla in imbarazzo. In fondo ci è piaciuto parecchio.

– E se ti volessi rivedere? –

– Si può fare. Però ti costerà il doppio – le dico. – Questione di regole.

– E se poi volessi ancora? –

– Il doppio del doppio –

– Così non corri il rischio di arrivare a tre volte di seguito, eh? –

– Non vado in giro a cercare di essere l’amante di qualcuna. O il cagnolino di qualche altra… –

La saluto, le do un bacio sui capelli.

Chiudo la porta della stanza dietro di me senza voltarmi. Prendo l’ascensore che mi porta fino alla hall. Faccio un cenno al portiere. Esco dal hotel. È notte fonda, nera e niente luna. Mi sbrigo per raggiungere casa e andare a dormire, domani si va in ufficio e alla sera non potrò riposarmi. Ho ricevuto un’altra e–mail: signora rossa, dalla fredda Germania, necessità una calda compagnia.

La Principessa e il Mare – 13

“Ma ti rendi conto? Dico, il trambusto, lo scompiglio, la confusione?”

“Il casino…”. Accennò il Mare. Il Cielo non amava le parole degli Uomini, aveva, ovviamente, un linguaggio più aulico. Suo fratello invece usava le parole come onde che si abbattono sui naufraghi.

“Quante storie! Non ho fatto nulla di così tragico”.

“Nulla di tragico? Hai tirato su una tempesta dal niente (con la mia complicità, quando ti avevo chiesto di lasciarmi fuori), hai affondato una nave…”

“Ohhhhhhh, che fastidio che mi fai! Non è affogato nessuno. Si sono salvati tutti. Ancora ti lamenti?” Il Mare sbatteva qualche qua e là, insofferente alle critiche di suo fratello Cielo.

“Dai, su, non cominciate a bisticciare, voi due!” Terra li rimbrottava con affetto.

Lei era davvero affezionata al Mare, lo capiva e ne condivideva i patimenti. Per quanto riguardava il Cielo, beh, quella era un’altra storia. La Terra era innegabilmente innamorata del Cielo. Ogni giorno ed ogni notte lo guardava e lo ammirava anche se non lo poteva toccare, non davanti agi occhi degli uomini almeno. Si può immaginare che razza di “casino” sarebbe venuto fuori se Terra e Cielo si fossero abbracciati con la passione di due amanti? Cosa ne sarebbe stato delle creature schiacciate nell’abbraccio dei due regni? Del resto, anche il Cielo era innamorato della Terra: lei, così piena di colori, di vita, di calore. A volte il Cielo le regalava poesie come l’aurora o le stelle cadenti. A quel punto, come tutti gli amanti, si nascondevano agli occhi delle genti, oltre la linea dell’orizzonte, per un bacio fugace. Nulla più. Ma per gli amanti, quelli veri, può bastare. Il Mare faceva finta nulla, sapeva e non guardava. Il Mare sa essere discreto. Era felice per loro, dei loro baci, anche se  lontani. E quando capiva che suo fratello era triste per la loro condizione… ci si azzuffava quel tanto da distrarlo.

“Solo che non ti sei limitato ad una tempesta con naufragio.” Riprese il Cielo.

“Eh già…”

“Hai voluto metterci tutto quello che potevi.” Disse con tono di rimprovero.

“Eh già…” rispose il Mare, sorridendo. E continuarono a ricordare.

La Principessa e il Mare – 12

Il Capitano non esitò: prese una sartia sfaldata e l’attorcigliò al braccio sinistro, prese una rincorsa e si tuffò in quella oscurità fatta d’acqua. Non ricordava se la Principessa sapesse nuotare o meno, francamente non era in grado di ragionare nemmeno, agiva d’istinto come solo un veterano di guerra può fare, e cercava di raggiungere la Principessa la quale sembrava non affogare, ma piuttosto essere sospinta dalle onde. Vassilj nuotava nella stessa direzione, ma le onde, la corrente nel suo caso, lo rispedivano verso lo scafo della nave.

Ancora un onda gigantesca. Stavolta tagliò di fatto i metri che separavano il Capitano dalla Principessa, allontanandoli definitivamente. L’onda fece sobbalzare la nave madre e di conseguenza Vassilj, ancora legato per il braccio, il quale venne proiettato in alto fuori dall’acqua e poi tirato in basso, andando a sbattere, per l’effetto della frustata, contro la chiglia del vascello.

La stessa onda era riuscita a spezzare lo scafo della goletta (gravemente appesantita dal carico), facendo annaspare i marinai tra le onde.

“Uomini in mare! Uomini in mare!” urlavano dal vascello.

Il Comandante Tunen diede l’ordine di recuperarli. Lui stesso si gettò sulla cima che tratteneva per un braccio il Capitano in modo da poterlo issare a bordo.

Il Capitano urlava disperato.

“La Principessa! La Principessa! Una scialuppa per la Principessa!!”.

Tunen abbracciava Vassiljchenko fuori di sé.

“Calmati, Vassilj, Calmati! …Roland, per il Signore, calmati!”

Il Capitano, tiratosi in piedi, incurante del braccio sanguinante era a ridosso del corrimano che dava nella direzione della Principessa.

“Gerard, caliamo una scialuppa, devo salvarla!”. L’unico occhio del Capitano era una voragine grigia di impeto e sgomento.

“Vassilj è inutile. Le scialuppe sono rovesciate in acqua o frantumate. Possiamo solo recuperare i superstiti della goletta. La Principessa è stata trascinata via dalla corrente”.

“Gerard, non capisci… io… io devo proteggerla… L’ho giurato a suo padre, il Re, sul letto di morte… Lei è… è…”.

“E’ finita Capitano. La tempesta è passata, ma si è portata via la Principessa. E’ finita Vassilj”

“No, Comandante Tunen, non verrò meno al mio dovere. Troveremo la Principessa”.

I due stavano dritti su una nave tornata immobile, a fissarsi.

La tempesta era passata, il Mare era calmo ed il cielo aperto e sereno.

Solo in distanza si scorgevano le nuvole nere allontanarsi. E la Principessa con loro.

Forse per sempre.

Forse.

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