You’re going to have to talk about sex

https://www.headspace.com/blog/2016/02/10/youre-going-to-have-to-talk-about-sex/

Consigli semplici ma utili (e neanche tanto scontati)  sul decidere di intraprendere una convivenza amorosa.

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Questione di regole – Epilogo

Il soffitto è di un colore colore bianco sporco, forse grigio. Fatico da qui a capire quale sia il colore vero, sarà per via della poca luce; il proiettile piantato nel petto di certo non mi aiuta. Sento che la camicia è ormai intrisa del il mio sangue. Non butta bene: mi sa che ho perso la scommessa stavolta.

– Mi sa anche a me – sento la voce di Marco.

– A cosa ti riferisci? Alla scommessa? –

– Sei stato uno sciocco. Cosa pensavi di ottenere? Di salvare me e la tua adorata? – la voce di Marco è calma con un filo di irritazione sul fondo, almeno credo.

– Ti pare poco? Non potevo mica ammazzare qualcuno. Ne ho fatte di porcherie: passi essere di dubbia moralità, ma un assassino… –

– La tua ballerina se ne va col boss, tu muori in capannone abbandonato e ti senti pure soddisfatto? Per una volta mi meravigli, lo sai? –

– Eh, già. L’anima al diavolo non la si può vendere, ma la si può corrompere a tal punto che il Diavolo la possa reclamare –

– C’ero andato così vicino. Non avresti mai perduto l’anima per denaro. Ma per amore… per amore avresti fatto di tutto –

C’è silenzio intorno a me. Il capannone è vuoto, a parte il mio cadavere ancora caldo. Marco, o chi per lui, è scomparso, a parte la sua voce nella mia testa.

– Non credevi che l’avrei lasciata andare, eh? Che mi sarei sacrificato piuttosto che diventare un assassino: il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi –

– Eh, già. E va a finire che ti salvi pure l’anima. Beh, dopo tutta questa fatica, non ti lascio mica farla franca. E’ una questione di tempo: più lasci tempo alle persone, più queste si cacciano nei guai. E tu sei uno di questi. Sai? I miracoli non li fa solo quello dell’ultimo piano –

Sento il rumore di una sirena in distanza. Poi il buio.

Più tardi (molto più tardi) sono seduto nel locale quando la vedo entrare. E’ bella come un anno fa: sono mesi che vengo qui tutte le sere. Ho fatto un atto di fede: ho creduto nei suoi sentimenti ed ora eccola lì. Mi avvicino piano, la vorrei invitare a ballare; spero di non spaventarla troppo: sopravvivere ad un proiettile è praticamente un miracolo e temo le prenda un colpo se mi pensa morto e defunto. La chiamo, si gira verso di me: è esterrefatta, incredula ma sorride. E’ felice. Lo siamo entrambi. La invito a ballare. Finalmente siamo nuovamente l’uno nelle braccia dell’altro.

Per un attimo intravedo Marco in angolo del locale che sorride. O meglio, sogghigna.

 

Questione di regole – parte V

Non lo so neanch’io cosa ci faccio qui. Non conoscono nessuno eppure sembra che tutti mi conoscano. Il posto è un cesso, ma almeno la musica è buona e non è a volumi esasperati come in una discoteca vera. Qui si viene solo per ballare, nemmeno si rimorchia. Qui i sudamericani si portano le loro “chicas y mujeres” da casa. Questa non è zona di conquista, così almeno me ne posso stare in pace. Ci sono venuta solo una volta, accompagnata da quel povero disgraziato. Ho lo stesso vestito verde di un anno fa. Stesse scarpe da ballo: non le ho più usate da allora, nessuna buona occasione. Nessuna voglia di trovare una buona occasione.

Nonostante tutte le sue regole, non ha smesso di cercarmi. Nonostante i no e i silenzi. E’ andata a finire che il boss se n’è accorto, tra un ragazzetto e l’altro. E’ andato dalla carogna del suo “amico” e gli ha chiesto indirizzo e telefono privato. Altro che e-mail. Non gli hanno nemmeno dovuto fare domande: il suo amico si è seduto sulla sedia, ha lasciato che gli legassero le mani e ha spiattellato dati anagrafici come se lo conoscesse dalla nascita. Se lo sono andati a prendere sotto l’ufficio e poi… gli hanno messo la pistola in mano. Quel pazzo si è sparato al cuore, senza batter ciglio. Senza una parola. Lucido e freddo, come se aspettasse solo quello. Come a sperare di liberarsi di tutto e tutti. Anche di me.

Se solo avesse dato retta alle sue regole, sarebbe ancora vivo. Ironia della sorte (nemmeno due sere dopo che quello si era sparato in pieno petto), uno dei ragazzetti che si faceva il boss nelle sue serate alternative, dopo l’ennesimo tiro di coca, è scoppiato in una crisi isterica, fracassandogli il cranio con un posacenere pieno zeppo di roba. A dimostrazione che, alla fine, anche la roba buona ti ammazza. .

E’ finito tutto. Finiti i soldi, le amicizie particolari, le serate alternative. Finalmente libera: tutto a posto. A parte questo senso di nostalgia. Quelle mani che mi tenevano silenziosamente stretta al suono di una canzone. Le parole che scomparivano fra le carezze al volto. Mi avrebbe dato la luna se avesse potuto, glielo leggevo in faccia. Mi avrebbe regalato oro antico e, invece, si è preso nove millimetri di piombo. Voleva il mio amore e mi ha dato il suo cuore. Voleva sollevarmi in aria, come in un musical americano, invece è finito a terra come in film di mafia. Uno stupido. Un dolcissimo stupido.

Dopo un anno, stasera è la prima volta che vado a ballare. Cosa ci faccia qui, col vestito corto e scarpe da ballo senza nemmeno l’ombra di un cavaliere, non lo so nemmeno io. Qui è dove abbiamo ballato l’ultima volta. Se solo avesse smesso di cercarmi…

– Posso chederle di ballare? –

Eccolo, il solito scocciatore… Adesso mi giro e gli sparo il più classico dei “no, mi spiace, non ballo”.

– Mi spiace, non b…b… all… –

– Scusami, hai ragione: la buona educazione prima. Buona sera, come stai? Ti va di ballare? E’ da un po’ che non ci vediamo, ma sei sempre bellissima come un anno fa. –

– Ma tu? Tu… tu eri? –

– Io ero? Cosa? Hai la faccia di una che ha visto un fantasma: tutto bene? –

– Piantala di scherzare, tu eri… a  terra, in una pozza di sangue! Un proiettile nel cuore! –

– Beh, ecco, no. Nel senso… cioè… Sì, ero a terra e ho perso molto sangue, ma il proiettile era nel petto, vicino al cuore. Diciamo che una nove millimetri è un’arma da donna e il proiettile, se prende la giusta angolazione, non passa dal cuore… certo, bisogna sapere dove puntare e avere un po’ di fortuna… tre settimane di terapia intensiva danno la misura di quanto poco sia facile da fare, però… ho fatto un accordo col diavolo… –

– Gli hai venduto l’anima? –

– Non si può vendere ciò che non ti appartiene… l’anima è di Dio. Ho fatto qualcosa di meglio: gli ho girato gli indirizzi e-mail delle mie clienti… ex clienti… –

Sorrido. Non capisco più nulla. Non so se sia vero o stia vivendo una sorta di allucinazione. Istintivamente appoggio la mano al centro del suo petto. Sento sotto la camicia la cicatrice. E sotto di essa un cuore che batte fortissimo. Ce lo ha scritto in faccia: è felice di vedermi.

– E le tue regole? – gli chiedo con una punta di malizia.

– Ma sì, in fondo si sa… le regole sono fatte per essere infrante – mi risponde  con un sorriso.

– Beh… e adesso che facciamo? – gli chiedo ancora, avvicinandomi mentre mi tiene le mani.

– Che domande! – fa lui – Balliamo! Punto, Fine. –

 

Questione di regole – parte IV

La stanza è un ufficio spoglio di un capannone semi dismesso. Dovevano ristrutturarlo, c’era anche l’appaltato. Poi la crisi e l’appalto truccato hanno bloccato la ristrutturazione. Così avevo sentito dire.

Da un lato, un po’ in ombra, c’è la ballerina, ma non sembra lei. Niente vestito corto, niente tacchi, niente trucco. Gli occhi trattengono le lacrime; il respiro è a singhiozzi.

Dall’altro lato, sotto la luce e seduto su una sedia, c’è Marco. Gli occhi non trattengono le lacrime, così come in naso non trattiene il sangue. Il fiato è corto ed affannato. Le mani sono legate alla sedia.

In mezzo ci sono io, che dovrei essere quello messo meglio, se non fosse che ho in mano una nove millimetri, un solo colpo in canna ed il calcio della pistola sporco del sangue di Marco. Ecco: a me il fiato manca, mi sembra di stare in apnea; ho la testa che mi gira e faccio uno sforzo immane per rimanere concentrato sul presente. Ma sono in un vortice che la più sfrenata passione non può nemmeno lontanamente eguagliare. Anche se, è proprio la passione ad avermi messo in questo casino.

Il tizio messo bene invece è quello comodamente seduto alle spalle della ballerina, in mezzo a due ceffi grossi il doppio di quanto consenta madre natura, dotati di semi automatiche spianate su di lei e me; Marco non se lo filano nemmeno: lui è solo la pedina da sacrificare. Il gioco riguarda me, la ballerina e il tizio seduto comodo. Il re tra le torri, la regina, l’altro re sotto scacco ed il pedone seduto ed inutile.

“Allora, me lo spieghi perché una puttana come te deve avere l’attenzione della mia fidanzata?” mi chiede il tizio.

“Non immaginavo fosse la fidanzata di qualcuno” sto mentendo al tizio “E non  sono una puttana.” Sto mentendo a me stesso.

“Vedi, nel mio ambiente, il rispetto conta moltissimo. E’… una questione di credibilità. Posso lasciar cadere una volta – in fondo – chi non sbaglia mai? Però a due non ci si arriva, figuriamoci a tre. Che credibilità può avere un uomo che non è capace di gestire il proprio letto? Che accetta il tradimento fingendo di non sapere o, peggio, che non si accorge delle disattenzioni della propria donna? Quanto sarà attento, quindi, con i suoi soci o con i suoi sottoposti? Vedi, un uomo così, non ha credibilità, quindi non viene preso sul serio. Qualcuno comincia a mancare di rispetto e poi iniziano i casini: soci che si rivolgono ad altri… sottoposti che si mettono in proprio… Questo diventa un danno per gli affari. Business is business. E’ una questione di regole: tu tocchi qualcosa che mi appartiene e io ti faccio sputare l’anima, nel senso più filosofico del termine. Hai un proiettile nella pistola: o spari al tuo amico, salvandoti la pelle, finendo in un mare di guai con la polizia e dannandoti per sempre dato hai ammazzato un tuo amico perché ti sei scopato quella sbagliata oppure… ti pianti una pallottola in fronte e ti presenti al Creatore, sperando non ti condanni per aver desiderato la donna d’altri, ma almeno avrai salvato il tuo amico… Se pensi di spararmi, i miei dipendenti apriranno il fuoco sulla tua adorata ballerina ed il tuo amico. Poi, ti lasceranno in una pozza di sangue: se sopravvivi, rimarrai in un letto fine alla fine dei tuoi giorni. Con due morti sulla coscienza.”

Quando, guardando l’uomo allo specchio, mi dicevo che uno dei due sarebbe dovuto morire, non pensavo che fosse in senso così letterale.

Punto la nove millimetri su Marco. Alza lo sguardo, sgrana gli occhi impastati di lacrime e sangue. Lo odio per avermi portato alla bocca dell’inferno, ma odio di più me stesso per averglielo consentito. Lui lo capisce ed accenna un sorriso, che è più un ghigno satanico. Sorrido anch’io. Ogni diavolo ha il suo dannato come ogni angelo ha il suo protetto. Non mi giro verso la ballerina: per me lei è bellissima, me la voglio ricordare così. E poi, ogni angelo rimane alle spalle del proprio protetto.

Sono su un abisso, non ne posso uscire a meno che non mi ci lasci cadere dentro. Faccio una scommessa: l’ultima, se va male. Punto la pistola e non verso la testa del povero diavolo di Marco. Poi premo il grilletto.

 

Questione di regole – parte III

Era fredda e risoluta.

– Dobbiamo parlare. –

Quando una donna esce con questa frase significa che sarà lei a parlare e tu dovrai stare zitto (nella migliore delle ipotesi) e non potrà dire che due cose: o è in cinta (e tu non sei necessariamente il padre), oppure…

Nel mio caso era oppure. A detta sua ero cambiato dopo il matrimonio (verissimo: chi non cambia mai?), ero lontano da quel ragazzo dinamico e inarrestabile di una volta; ero diventato inerte e spento.

Aveva fatto la valigia e se era andata quel pomeriggio. Matrimonio finito. Quando la crisi va avanti da anni, uno se lo dovrebbe aspettare. Purtroppo non è così: si cade davvero come una pera (un po’ vecchia) dall’ albero; non per ingenuità o accidia, ma perché si pensa che sia un periodo, che poi passerà e che capita a tutti. Infatti è così: il periodo finisce, la relazione anche e i tribunali sono pieni di pratiche di separazioni e divorzi.

La mia ex aveva però piene ragioni. Lei si occupava di eventi e gallerie d’arte, era tutto uno stimolo mentale continuo; io, invece, ero finito in un ufficio, responsabile di tutto quello che serviva al mio capo, incluso fare da parafulmini. Mi ero spento, finita la passione. Soprattutto con lei.

La mia ex mi fece, inconsapevolmente, il regalo più grande: mi buttò in mezzo alla strada, scaricandomi. Lasciata la casa, finii in un mezzo buco di posto; mi guardai allo specchio. Da dentro lo specchio. Mi arrabbiai con me, lei ed il mondo. Cercai, fra le macerie delle mie vecchie passioni qualcosa da rivitalizzare: volevo tornare sulla cresta dell’onda, dimostrare a lei che si sbagliava e che non ero morto, anzi, l’avrei riconquistata sul campo.

Mi iscrissi ad uno di quei corsi di ballo che si vedono in giro; il ballo mi era sempre piaciuto e pure a lei, ne avevamo parlato tanto senza mai concludere nulla: ecco, stavolta IO avrei ballato e lei sarebbe rimasta a bordo pista ad ammirarmi.

Con questo spirito di rivalsa iniziai i corsi; due mesi, poi tre, poi sei, un anno. Quando mi guardai allo specchio c’era un’altra persona, in un corpo diverso e con un discreto numero di followers: non mi importava più riprendermi chi mi aveva lasciato sul marciapiede, mi interessava molto di più capire chi era quello nello specchio.

In questo periodo di mutazione incontrai Marco: aveva fatto un lavoro di grafica per il nostro ufficio (lui amava definirsi un free-lance), ma non capivo come riuscisse a permettersi una Mercedes, abiti griffati e un fine settimana fuori porta ogni sacrosanto fine settimana. Le sue fatture erano passate, ovviamente, prima dalle mie mani (guarda che se spendiamo troppo te lo scalo dallo stipendio, era la frase di rito) e quindi tiravo il collo a qualsiasi fornitore.

Posi la domanda in modo semplice, non troppo diretto e con un certa diplomazia:

– Come cazzo fai a mantenerti? Ti scopi la Regina Elisabetta e quella sgancia? –

– La Regina è troppo vecchia e poi Londra si mangia di merda; qui invece il giro non è male. E poi sono loro a venire da me… A venire in generale. – mi rispose Marco in modo semplice e discreto.

Ci guardammo negli occhi, sorridendo come farebbero due lupi quando incrociano un capriolo.

Mi spiegò del circuito su internet e dell’iscrizione non troppo esosa al sito.

– Facile e senza menate. Puoi accettare o meno. Ma conviene quasi sempre accettare: se hai un feedback alto, non ti mollano più e sganciano l’impossibile. In fondo, avrai anche tu le bollette da pagare, no? –

Certo che avevo le bollette, oltre all’affitto e le rate di un mutuo non completamente estinto nonostante la vendita della casa (la mia ex aveva già saldato la sua parte e si era tirata fuori dai casini, lei…).

Con qualche ballerina avevo avuto una o più serate di svago, qualche piccolo benefit in paio di occasioni, ma qui diventava una roba seria. Solo che l’avrei capito dopo. Al momento mi interessava solo mettermi in discussione, capire chi era quello allo specchio che mi fissava. E Marco sembrava conoscere quel tizio meglio di me.

– E se vado all’appuntamento e quella mi sfila un rene? – chiesi io, quasi serio.

– Se ti paga, qual è il problema? – rispose Marco, molto più serio di me.

– E se tira fuori oggettistica strana e vuole approfittarsi di me? –

– Fatti pagare il doppio, non vedo dove stia il problema. –

Iniziai per scherzo, per curiosità e per necessità.

Ora che mi sto rivestendo, butto l’occhio a quella magnifica schiena di lei messa sul fianco. I lunghi capelli rossi naturali coprono solo in parte la pelle candida. Io il tedesco non lo capisco, biascico un poco d’inglese, ma lei mi è sembrata molto soddisfatta. Specie quando mi ha tenuto la testa fra le magnifiche cosce, senza lasciarmi nemmeno respirare. Poi si è sdebitata, ampiamente. Prima nel letto poi nella busta che mi ha lasciato vicino al comodino. Lei è esausta ed io ho la schiena tatuata dai graffi: mi ci vorrà qualche giorno di ferma e del cicatrene per velocizzare la guarigione. Poi sotto la prossima.

Dovrei essere soddisfatto, eppure, il mio pensiero va di nuovo a lei. Mentre l’uomo allo specchio sembra volermi dire qualcosa che non voglio accettare: uno di noi due deve morire.

Questione di regole – parte II

Siamo sdraiati con le lenzuola che coprono malamente quel che rimane della passione.

Riavvolgo il nastro.

Marco insiste nel dire che dovrei piantarla con le mie regole, mentre io gli rispondo che sono quelle a salvaguardarmi. Siamo diversi per età, estrazione sociale, gusti e fini ultimi. Solo una cosa ci accomuna: siamo due professionisti. E due maschi. Quindi, da colleghi maschi, siamo piuttosto solidali. Stasera mi ha prestato la macchina: Mercedes SLK Compressor. Lui sostiene che sia un ottimo biglietto da visita, io ritengo che la macchina sia un optional; a parte quando questa ti pianta in asso e devi correre da una cliente. La solita e-mail arrivata tre ore prima (la tempistica stretta era insolita invece) di una cliente particolare ed esigente; gli ho chiesto il favore e lui, senza batter ciglio, ha messo le chiavi sul tavolo.

“Mi raccomando: mi è costata fatica. Anche se usata, beh, lo sai che la proprietaria era esigente… trattamela bene”.

Marco se l’era davvero sudato quel presente: la sua amica particolare era rimasta talmente soddisfatta della loro amicizia che gli aveva sganciato la Mercedes di buon grado, “tanto la devo cambiare”. Poche settimane più tardi, l’amica particolare era passata a nuove amicizie.

Passo a prendere la mia cliente che abita fuori, in periferia.

Questa paga salato: il doppio del doppio. Nemmeno per una escort si pagherebbe tanto.

Ma lei mi vuole. Stando alle regole, le mie, questa sarà l’ultima volta.

Mi chiede di andare a ballare ed io acconsento: spero solo di non crollare più tardi.

Sale in macchina, indossa un impermeabile e scarpe col tacco. Il tacco è basso. O meglio, basso se paragonato a quella roba vertiginosa che si mettono le donne. Quel tacco lì invece la dice lunga.

La scarpa è con laccetto ed è semi aperta. La caviglia è meravigliosamente sottile. La signora sa cosa vuole, è evidente. Così come è evidente che la scarpa è da ballo. Difficilmente si indossano fuori dalla pista, ma ho la netta impressione che non potesse fare altrimenti.

Arriviamo al locale. Il posto non è per claustrofobici: si infila una scala in cemento e si scende sotto terra. Non è un posto alla moda. Ci vengono solo latino-americani e qualcuno del giro del caraibico. Qui posso entrare senza essere infastidito: qualche amico, cugino di qualche cugino che mi ha fatto entrare tempo addietro. Quando eserciti una professione come la mia, smetti di essere visibile. La clientela va tutelata: business is business.

La cosa buffa è che avevo iniziato a ballare per causa di una donna, senza tener conto che avrei ballato appunto con l’altro sesso. Ballavo per ballare. Poi iniziai a metter su fisico. Poi qualche signora mi apprezzò come ballerino e compagno della serata. Poi divenne una cosa seria e lasciai il ballo. Per lo meno, quello dei locali in voga. Se volevo ballare, mi infilavo in posti fuori dal giro: fuori dal giro delle potenziali clienti, s’intende.

Lasciamo le giacche ad un improvvisato guardaroba. Lei toglie l’impermeabile e mi mozza il fiato: vestitino corto aderente. Lei non è alta, ma è molto atletica. Ha braccia e addominali scolpiti. Quando si gira, tra gambe e fondoschiena, ho un sussulto. La mia signora è una ballerina. In tutto e per tutto. Ho un sincero timore: stavolta la brutta figura ci scappa.

Si gira e mi guarda con quegli occhi scuri e profondi che sono persino peggio delle gambe e tutto il resto.

– Andiamo? Ti spiace se beviamo qualcosa prima? – Annuisco: se apro bocca, so già che mi trema la voce.

Ordiniamo da bere: io vado leggero, la serata è lunga e dispendiosa in termini di energie, ormai è chiaro.

La musica è alta ma non assordante, la pista è piccola ma non è pienissima.

– Balliamo? – Il DJ ha messo su un pezzo famoso, una salsa del solito Marc Anthony (il pezzo comunque è uno dei miei preferiti ed è molto trascinante). Ora, in genere, non partirei con una salsa: sono a freddo e mi scasso ancora prima di cominciare. Buona regola sarebbe scaldarsi prima con qualcosa di lento, però, stasera, è il doppio del doppio: si fa come vuole la signora e senza storie.

Lei balla fluida e leggera come fosse lì da un’ora. E’ tecnica, ma naturale. Si lascia portare, guidare e spostare con una naturalezza tale che sembra come se ballassimo insieme da sempre. Imposto un doppio giro e via. Poi un quadruplo. Come se facessimo solo quello per vivere. E io così ci vivrei, a ben guardarla. Lei sorride e io mi esalto. Non c’è spazio per pensare, ci siamo solo noi e la musica. E il ballo. E i suoi occhi scuri che brillano come il sole d’estate. Sento la sua felicità ad ogni giro, ad ogni figura, ad ogni passaggio.  La sento felice. O forse è la mia di felicità che sento?

Non c’è tempo per le domande. La musica cambia. Non è più una salsa, hanno messo una bachata.

Fino ad ora eravamo rimasti più o meno distanti, adesso siamo abbracciati stretti.

Il locale è piccolo e la temperatura elevata: la sua schiena semi scoperta dal vestito è comunque sudata.

Lei mi chiede scusa. Io le rispondo che va benissimo così, che non la voglio diversamente da com’è.

Solleva lo sguardo e poi lo abbassa con un pudore del tutto inaspettato con l’imbarazzo di una ragazzina. Quel imbarazzo è così dolce che non posso fare a meno di rispettarlo, tuttavia la stringo ancor di più a me, per quanto possibile. Siamo l’uno nelle braccia dell’altro, gambe tra le gambe. Non c’è nulla da immaginare.

Non è più ballare quello che stiamo facendo: ormai è una carezza dopo l’altra, uno sfiorare l’anima attraverso la musica, un corteggiare il piacere altrui. Lo stiamo facendo sotto gli occhi di tutti e nel modo più segreto possibile. Gli altri vedono i nostri corpi stringersi, prendersi, lasciarsi e ritrovarsi. Noi sentiamo tutte le emozioni della musica pervaderci la mente. Siamo cuore a cuore, senza più pudori né distanze.

Ballo dopo ballo, carezza dopo carezza, amore dopo amore, arriviamo alla fine della serata.

La riporto a casa. Lei è seduta accanto a me, chiusa nel suo impermeabile.

Una volta arrivati, sfila la busta dalla borsetta, la mette vicino al cambio e apre la portiera.

– Questa volta non puoi salire. Ormai non più –

Tento di avvicinarmi alla sua bocca, ma garbatamente scivola via. Scende dalla macchina.

E’ finita, l’ho persa senza averla mai avuta.

Aspetto che il portone si chiuda dietro di lei.

Appoggio la testa al volante per qualche minuto. Il vuoto è devastante.

Prendo il cellulare e faccio un numero che so sempre attivo.

– Tutto a posto? –

– Non lo so. Scusa se ti ho svegliato… ti rompe se passo? –

– Sì, in effetti. Ormai mi hai svegliata… dai passa, rompipalle! –

Il tono di voce della mia ex moglie è comunque paziente e comprensivo.

Arrivo al suo appartamento d’altra parte della città in dieci minuti. Salgo in casa, ci salutiamo con un bacio. Poi la spoglio in qualche maniera e facciamo sesso. Senza curarci dei dettagli. Scopiamo e basta. Dopodiché lei si riaddormenta.

Siamo sdraiati con le lenzuola che coprono malamente quel che rimane della passione di un tempo lontano.

Io fisso il soffitto, ormai è l’alba.

Sono innamorato della ballerina: le mie regole sono andate a farsi fottere. Ed io con loro.

La Principessa e il Mare – 15

Le onde cullavano l’Aurora del Sud, più gentilmente del solito, notò Odisseo. Era scesa la notte e il cielo nero era trapuntato di stelle. Odisseo stava col naso all’insù, perso tra pensieri e ricordi fra quelle stelle millenarie. Aruen era di nuovo scivolata in un sonno profondo ma sereno. Era rimasta in coperta: si era assopita durante il tramonto; aveva chiesto ad Odisseo di essere lasciata lì nel caso si fosse addormentata. Il gatto rosso le dormiva accanto, come un fedele compagno.

Odisseo, sempre con la mano appoggiata su quello che sembrava il timone, volse lo sguardo verso i due. Un sorriso lieve e benevolo gli increspò ulteriormente il viso già consumato dal tempo e dalla salsedine.

“La trovi bella anche tu, non è vero?” chiese il Mare.

“Certamente. Ma, a differenza tua, non avrei sollevato una tempesta” rispose Odisseo.

“A suo tempo facesti anche di peggio se non sbaglio” ribatté pacatamente il primo.

Il Mare non si sbagliava. Odisseo fece una vera e propria strage per la sua sposa. Alla fine, decise di prendere la via del Mare e non tornare più; comprese che sulla terra ferma non avrebbe più trovato ciò che aveva amato così tanto. Almeno gli spazi sconfinati del Mare sembravano dargli quella pace che tanto anelava.

“Lo sai che le daranno la caccia” riprese Odisseo  “Lo sai che non si daranno pace. La conosci la tenacia degli Uomini”

“E’ per questo che l’ho portata da te. Perché tu conosci quella tenacia e saprai contrastarla”

“L’Aurora del Sud non possiede armi e non è inaffondabile. Specie se cannoneggiata!”

“Non vi spareranno coi cannoni” rispose sempre tranquillo il Mare.

“Ci spareranno coi moschetti. Poi tenteranno l’abbordaggio. E, se va bene, mi impiccheranno!”

“Saprai trovare modi e parole. Sei riuscito persino a dissuadere me dall’affogarti”

“Ti prego di non rivangare il passato…” Odisseo aveva la voce tremante.

“Non ti preoccupare ora. Siete ancora al sicuro. Le navi sono ancora lontane”

“Le navi? Ce ne sono più d’una quindi?”

“Sì. Una vi sta cercando. Le altre arrivano dalla sponda avversa. Da dove la Principessa cercava di  scappare. Quelle possono essere una minaccia”

“Bene. Ti ringrazio per questa ennesima prova” concluse Odisseo, buttando la testa indietro.

Il cielo era uno spettacolo di microscopici diamanti splendenti.

“Una Principessa, una nave alla sua ricerca e una flotta nemica. E io che volevo solo navigare!”. Disse fra sé e sé.