Questione di regole – Epilogo

Il soffitto è di un colore colore bianco sporco, forse grigio. Fatico da qui a capire quale sia il colore vero, sarà per via della poca luce; il proiettile piantato nel petto di certo non mi aiuta. Sento che la camicia è ormai intrisa del il mio sangue. Non butta bene: mi sa che ho perso la scommessa stavolta.

– Mi sa anche a me – sento la voce di Marco.

– A cosa ti riferisci? Alla scommessa? –

– Sei stato uno sciocco. Cosa pensavi di ottenere? Di salvare me e la tua adorata? – la voce di Marco è calma con un filo di irritazione sul fondo, almeno credo.

– Ti pare poco? Non potevo mica ammazzare qualcuno. Ne ho fatte di porcherie: passi essere di dubbia moralità, ma un assassino… –

– La tua ballerina se ne va col boss, tu muori in capannone abbandonato e ti senti pure soddisfatto? Per una volta mi meravigli, lo sai? –

– Eh, già. L’anima al diavolo non la si può vendere, ma la si può corrompere a tal punto che il Diavolo la possa reclamare –

– C’ero andato così vicino. Non avresti mai perduto l’anima per denaro. Ma per amore… per amore avresti fatto di tutto –

C’è silenzio intorno a me. Il capannone è vuoto, a parte il mio cadavere ancora caldo. Marco, o chi per lui, è scomparso, a parte la sua voce nella mia testa.

– Non credevi che l’avrei lasciata andare, eh? Che mi sarei sacrificato piuttosto che diventare un assassino: il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi –

– Eh, già. E va a finire che ti salvi pure l’anima. Beh, dopo tutta questa fatica, non ti lascio mica farla franca. E’ una questione di tempo: più lasci tempo alle persone, più queste si cacciano nei guai. E tu sei uno di questi. Sai? I miracoli non li fa solo quello dell’ultimo piano –

Sento il rumore di una sirena in distanza. Poi il buio.

Più tardi (molto più tardi) sono seduto nel locale quando la vedo entrare. E’ bella come un anno fa: sono mesi che vengo qui tutte le sere. Ho fatto un atto di fede: ho creduto nei suoi sentimenti ed ora eccola lì. Mi avvicino piano, la vorrei invitare a ballare; spero di non spaventarla troppo: sopravvivere ad un proiettile è praticamente un miracolo e temo le prenda un colpo se mi pensa morto e defunto. La chiamo, si gira verso di me: è esterrefatta, incredula ma sorride. E’ felice. Lo siamo entrambi. La invito a ballare. Finalmente siamo nuovamente l’uno nelle braccia dell’altro.

Per un attimo intravedo Marco in angolo del locale che sorride. O meglio, sogghigna.

 

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