Questione di regole – parte III

Era fredda e risoluta.

– Dobbiamo parlare. –

Quando una donna esce con questa frase significa che sarà lei a parlare e tu dovrai stare zitto (nella migliore delle ipotesi) e non potrà dire che due cose: o è in cinta (e tu non sei necessariamente il padre), oppure…

Nel mio caso era oppure. A detta sua ero cambiato dopo il matrimonio (verissimo: chi non cambia mai?), ero lontano da quel ragazzo dinamico e inarrestabile di una volta; ero diventato inerte e spento.

Aveva fatto la valigia e se era andata quel pomeriggio. Matrimonio finito. Quando la crisi va avanti da anni, uno se lo dovrebbe aspettare. Purtroppo non è così: si cade davvero come una pera (un po’ vecchia) dall’ albero; non per ingenuità o accidia, ma perché si pensa che sia un periodo, che poi passerà e che capita a tutti. Infatti è così: il periodo finisce, la relazione anche e i tribunali sono pieni di pratiche di separazioni e divorzi.

La mia ex aveva però piene ragioni. Lei si occupava di eventi e gallerie d’arte, era tutto uno stimolo mentale continuo; io, invece, ero finito in un ufficio, responsabile di tutto quello che serviva al mio capo, incluso fare da parafulmini. Mi ero spento, finita la passione. Soprattutto con lei.

La mia ex mi fece, inconsapevolmente, il regalo più grande: mi buttò in mezzo alla strada, scaricandomi. Lasciata la casa, finii in un mezzo buco di posto; mi guardai allo specchio. Da dentro lo specchio. Mi arrabbiai con me, lei ed il mondo. Cercai, fra le macerie delle mie vecchie passioni qualcosa da rivitalizzare: volevo tornare sulla cresta dell’onda, dimostrare a lei che si sbagliava e che non ero morto, anzi, l’avrei riconquistata sul campo.

Mi iscrissi ad uno di quei corsi di ballo che si vedono in giro; il ballo mi era sempre piaciuto e pure a lei, ne avevamo parlato tanto senza mai concludere nulla: ecco, stavolta IO avrei ballato e lei sarebbe rimasta a bordo pista ad ammirarmi.

Con questo spirito di rivalsa iniziai i corsi; due mesi, poi tre, poi sei, un anno. Quando mi guardai allo specchio c’era un’altra persona, in un corpo diverso e con un discreto numero di followers: non mi importava più riprendermi chi mi aveva lasciato sul marciapiede, mi interessava molto di più capire chi era quello nello specchio.

In questo periodo di mutazione incontrai Marco: aveva fatto un lavoro di grafica per il nostro ufficio (lui amava definirsi un free-lance), ma non capivo come riuscisse a permettersi una Mercedes, abiti griffati e un fine settimana fuori porta ogni sacrosanto fine settimana. Le sue fatture erano passate, ovviamente, prima dalle mie mani (guarda che se spendiamo troppo te lo scalo dallo stipendio, era la frase di rito) e quindi tiravo il collo a qualsiasi fornitore.

Posi la domanda in modo semplice, non troppo diretto e con un certa diplomazia:

– Come cazzo fai a mantenerti? Ti scopi la Regina Elisabetta e quella sgancia? –

– La Regina è troppo vecchia e poi Londra si mangia di merda; qui invece il giro non è male. E poi sono loro a venire da me… A venire in generale. – mi rispose Marco in modo semplice e discreto.

Ci guardammo negli occhi, sorridendo come farebbero due lupi quando incrociano un capriolo.

Mi spiegò del circuito su internet e dell’iscrizione non troppo esosa al sito.

– Facile e senza menate. Puoi accettare o meno. Ma conviene quasi sempre accettare: se hai un feedback alto, non ti mollano più e sganciano l’impossibile. In fondo, avrai anche tu le bollette da pagare, no? –

Certo che avevo le bollette, oltre all’affitto e le rate di un mutuo non completamente estinto nonostante la vendita della casa (la mia ex aveva già saldato la sua parte e si era tirata fuori dai casini, lei…).

Con qualche ballerina avevo avuto una o più serate di svago, qualche piccolo benefit in paio di occasioni, ma qui diventava una roba seria. Solo che l’avrei capito dopo. Al momento mi interessava solo mettermi in discussione, capire chi era quello allo specchio che mi fissava. E Marco sembrava conoscere quel tizio meglio di me.

– E se vado all’appuntamento e quella mi sfila un rene? – chiesi io, quasi serio.

– Se ti paga, qual è il problema? – rispose Marco, molto più serio di me.

– E se tira fuori oggettistica strana e vuole approfittarsi di me? –

– Fatti pagare il doppio, non vedo dove stia il problema. –

Iniziai per scherzo, per curiosità e per necessità.

Ora che mi sto rivestendo, butto l’occhio a quella magnifica schiena di lei messa sul fianco. I lunghi capelli rossi naturali coprono solo in parte la pelle candida. Io il tedesco non lo capisco, biascico un poco d’inglese, ma lei mi è sembrata molto soddisfatta. Specie quando mi ha tenuto la testa fra le magnifiche cosce, senza lasciarmi nemmeno respirare. Poi si è sdebitata, ampiamente. Prima nel letto poi nella busta che mi ha lasciato vicino al comodino. Lei è esausta ed io ho la schiena tatuata dai graffi: mi ci vorrà qualche giorno di ferma e del cicatrene per velocizzare la guarigione. Poi sotto la prossima.

Dovrei essere soddisfatto, eppure, il mio pensiero va di nuovo a lei. Mentre l’uomo allo specchio sembra volermi dire qualcosa che non voglio accettare: uno di noi due deve morire.

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