Questione di regole – parte II

Siamo sdraiati con le lenzuola che coprono malamente quel che rimane della passione.

Riavvolgo il nastro.

Marco insiste nel dire che dovrei piantarla con le mie regole, mentre io gli rispondo che sono quelle a salvaguardarmi. Siamo diversi per età, estrazione sociale, gusti e fini ultimi. Solo una cosa ci accomuna: siamo due professionisti. E due maschi. Quindi, da colleghi maschi, siamo piuttosto solidali. Stasera mi ha prestato la macchina: Mercedes SLK Compressor. Lui sostiene che sia un ottimo biglietto da visita, io ritengo che la macchina sia un optional; a parte quando questa ti pianta in asso e devi correre da una cliente. La solita e-mail arrivata tre ore prima (la tempistica stretta era insolita invece) di una cliente particolare ed esigente; gli ho chiesto il favore e lui, senza batter ciglio, ha messo le chiavi sul tavolo.

“Mi raccomando: mi è costata fatica. Anche se usata, beh, lo sai che la proprietaria era esigente… trattamela bene”.

Marco se l’era davvero sudato quel presente: la sua amica particolare era rimasta talmente soddisfatta della loro amicizia che gli aveva sganciato la Mercedes di buon grado, “tanto la devo cambiare”. Poche settimane più tardi, l’amica particolare era passata a nuove amicizie.

Passo a prendere la mia cliente che abita fuori, in periferia.

Questa paga salato: il doppio del doppio. Nemmeno per una escort si pagherebbe tanto.

Ma lei mi vuole. Stando alle regole, le mie, questa sarà l’ultima volta.

Mi chiede di andare a ballare ed io acconsento: spero solo di non crollare più tardi.

Sale in macchina, indossa un impermeabile e scarpe col tacco. Il tacco è basso. O meglio, basso se paragonato a quella roba vertiginosa che si mettono le donne. Quel tacco lì invece la dice lunga.

La scarpa è con laccetto ed è semi aperta. La caviglia è meravigliosamente sottile. La signora sa cosa vuole, è evidente. Così come è evidente che la scarpa è da ballo. Difficilmente si indossano fuori dalla pista, ma ho la netta impressione che non potesse fare altrimenti.

Arriviamo al locale. Il posto non è per claustrofobici: si infila una scala in cemento e si scende sotto terra. Non è un posto alla moda. Ci vengono solo latino-americani e qualcuno del giro del caraibico. Qui posso entrare senza essere infastidito: qualche amico, cugino di qualche cugino che mi ha fatto entrare tempo addietro. Quando eserciti una professione come la mia, smetti di essere visibile. La clientela va tutelata: business is business.

La cosa buffa è che avevo iniziato a ballare per causa di una donna, senza tener conto che avrei ballato appunto con l’altro sesso. Ballavo per ballare. Poi iniziai a metter su fisico. Poi qualche signora mi apprezzò come ballerino e compagno della serata. Poi divenne una cosa seria e lasciai il ballo. Per lo meno, quello dei locali in voga. Se volevo ballare, mi infilavo in posti fuori dal giro: fuori dal giro delle potenziali clienti, s’intende.

Lasciamo le giacche ad un improvvisato guardaroba. Lei toglie l’impermeabile e mi mozza il fiato: vestitino corto aderente. Lei non è alta, ma è molto atletica. Ha braccia e addominali scolpiti. Quando si gira, tra gambe e fondoschiena, ho un sussulto. La mia signora è una ballerina. In tutto e per tutto. Ho un sincero timore: stavolta la brutta figura ci scappa.

Si gira e mi guarda con quegli occhi scuri e profondi che sono persino peggio delle gambe e tutto il resto.

– Andiamo? Ti spiace se beviamo qualcosa prima? – Annuisco: se apro bocca, so già che mi trema la voce.

Ordiniamo da bere: io vado leggero, la serata è lunga e dispendiosa in termini di energie, ormai è chiaro.

La musica è alta ma non assordante, la pista è piccola ma non è pienissima.

– Balliamo? – Il DJ ha messo su un pezzo famoso, una salsa del solito Marc Anthony (il pezzo comunque è uno dei miei preferiti ed è molto trascinante). Ora, in genere, non partirei con una salsa: sono a freddo e mi scasso ancora prima di cominciare. Buona regola sarebbe scaldarsi prima con qualcosa di lento, però, stasera, è il doppio del doppio: si fa come vuole la signora e senza storie.

Lei balla fluida e leggera come fosse lì da un’ora. E’ tecnica, ma naturale. Si lascia portare, guidare e spostare con una naturalezza tale che sembra come se ballassimo insieme da sempre. Imposto un doppio giro e via. Poi un quadruplo. Come se facessimo solo quello per vivere. E io così ci vivrei, a ben guardarla. Lei sorride e io mi esalto. Non c’è spazio per pensare, ci siamo solo noi e la musica. E il ballo. E i suoi occhi scuri che brillano come il sole d’estate. Sento la sua felicità ad ogni giro, ad ogni figura, ad ogni passaggio.  La sento felice. O forse è la mia di felicità che sento?

Non c’è tempo per le domande. La musica cambia. Non è più una salsa, hanno messo una bachata.

Fino ad ora eravamo rimasti più o meno distanti, adesso siamo abbracciati stretti.

Il locale è piccolo e la temperatura elevata: la sua schiena semi scoperta dal vestito è comunque sudata.

Lei mi chiede scusa. Io le rispondo che va benissimo così, che non la voglio diversamente da com’è.

Solleva lo sguardo e poi lo abbassa con un pudore del tutto inaspettato con l’imbarazzo di una ragazzina. Quel imbarazzo è così dolce che non posso fare a meno di rispettarlo, tuttavia la stringo ancor di più a me, per quanto possibile. Siamo l’uno nelle braccia dell’altro, gambe tra le gambe. Non c’è nulla da immaginare.

Non è più ballare quello che stiamo facendo: ormai è una carezza dopo l’altra, uno sfiorare l’anima attraverso la musica, un corteggiare il piacere altrui. Lo stiamo facendo sotto gli occhi di tutti e nel modo più segreto possibile. Gli altri vedono i nostri corpi stringersi, prendersi, lasciarsi e ritrovarsi. Noi sentiamo tutte le emozioni della musica pervaderci la mente. Siamo cuore a cuore, senza più pudori né distanze.

Ballo dopo ballo, carezza dopo carezza, amore dopo amore, arriviamo alla fine della serata.

La riporto a casa. Lei è seduta accanto a me, chiusa nel suo impermeabile.

Una volta arrivati, sfila la busta dalla borsetta, la mette vicino al cambio e apre la portiera.

– Questa volta non puoi salire. Ormai non più –

Tento di avvicinarmi alla sua bocca, ma garbatamente scivola via. Scende dalla macchina.

E’ finita, l’ho persa senza averla mai avuta.

Aspetto che il portone si chiuda dietro di lei.

Appoggio la testa al volante per qualche minuto. Il vuoto è devastante.

Prendo il cellulare e faccio un numero che so sempre attivo.

– Tutto a posto? –

– Non lo so. Scusa se ti ho svegliato… ti rompe se passo? –

– Sì, in effetti. Ormai mi hai svegliata… dai passa, rompipalle! –

Il tono di voce della mia ex moglie è comunque paziente e comprensivo.

Arrivo al suo appartamento d’altra parte della città in dieci minuti. Salgo in casa, ci salutiamo con un bacio. Poi la spoglio in qualche maniera e facciamo sesso. Senza curarci dei dettagli. Scopiamo e basta. Dopodiché lei si riaddormenta.

Siamo sdraiati con le lenzuola che coprono malamente quel che rimane della passione di un tempo lontano.

Io fisso il soffitto, ormai è l’alba.

Sono innamorato della ballerina: le mie regole sono andate a farsi fottere. Ed io con loro.

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