La Principessa e il Mare – 14

Stava in piedi come una statua, dritto come l’albero maestro. Unico albero di una barca senza vele. Il beccheggio ed il rollio non lo scuotevano: sembrava che i piedi nudi e scuri fossero parte del legno dell’imbarcazione. Solo un lieve movimento delle spalle tradivano tracce di vita. Una mano era poggiata sul legno che s’innestava a quello che sarebbe dovuto essere il timone di poppa, solo che anche’esso era fisso come il marinaio. Lo sguardo puntato verso l’orizzonte piatto, ad osservare.

La Principessa gradualmente aprì gli occhi. Sentiva un peso sulle ossa come se avesse attraversato l’oceano a nuoto; non aveva le forze per fare altro se non osservare quella figura. Un pantalone corto, chiaro e sudicio. Il resto del corpo esposto ad un sole impietoso in mare aperto. Sembrava giovane a dispetto della pelle abbrustolita e invecchiata da quel sole. Sembrava davvero di legno, parte integrante della barca. L’unica cosa che lo rendeva sicuramente un’uomo erano i capelli corti e disordinati e gli occhi. Verde chiaro, come il Mare quando, gentile, incontra fondali bassi. Poteva avere vent’anni o mille.

Lui si accorse di lei. Che era sveglia.

“Buongiorno. Temevo non ti saresti più ripresa”

“Dove sono? Chi sei?” La Principessa da distesa, si tirò dritta seduta, a fatica, nel pozzetto della barca. Il corpo era annientato dalla stanchezza.

“Sei sulla mia barca. Sull’Aurora del Sud. In mezzo al Mare. Ed io sono il capitano, il mozzo, il traghettatore ed il pescatore…”

“E il timoniere?” chiese con un filo di ironia e curiosità la Principessa.

“Ah, no. Quello è il Gatto Rosso. E’ lui che decide dove andiamo. Di comune accordo con la barca.”

La Principessa girò la testa verso la prua dell’Aurora del Sud e, in effetti, vide un gatto rosso seduto in coperta che la osservava.

“E come si chiama il gatto?”

“Non lo so. Non parla molto con me. Potresti chiedere alla barca”

La Principessa guardò  indietro verso il marinaio bruciato dal sole. Pensò che pure la mente di quel poveretto si doveva essere bruciata.

“Scusa, ma come fa il gatto a timonare? Visto che il timone è inchiodato fisso!”

“Lui parla con la barca, come ti ho detto. Propone o chiede una rotta l’Aurora del Sud e lei vira, stramba o poggia. A seconda delle necessità”

Il marinaio staccò gli occhi dall’orizzonte e guardò la Principessa: si accorse di quanto fosse perplessa. “Vabbè, ti spiego” riprese lui.

“In tempi remoti, un popolo dell’antica Grecia sapeva costruire imbarcazioni che si governavano da sole, senza marinai, timonieri o altro equipaggio. Un giorno, per aiutare un tale, un naufrago, a tornare nella sua isola natia, gliene fecero dono. Così però si inimicarono il dio del Mare. Per punirli il dio fece spuntare un monte all’imboccatura del porto dell’isola di quel popolo. E addio barche senzienti. Questa è l’ultima che rimane. ”

“Questa è quella del naufrago?” chiese la Principessa. Il marinaio non rispose, ma un lieve sorriso increspò il viso color bruno.

“Il nome del gatto non si riesce a sapere, ma almeno il nome dell’uomo che mi ha salvato dalle acque, si può conoscere? Almeno sapere a chi devo la mia vita!”

“Odisseo. E’ il nome con cui mi chiamano le genti delle terre ferme. Ed il tuo?”

“Aruen. Così mi puoi chiamare”. Ripose la Pricipessa, omettendo di proposito il suo titolo

“Aruen, tanto per essere chiari, non ti ho salvato io dalle acque: è’ stato il Mare a portarti alla barca”

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