Questione di regole – parte I

È indiscutibile. È bella.

Anzi è bellissima. A volte mi chiedo cos’abbia fatto per meritarmi così tanta grazia; poi, dato che la risposta non mi piace, smetto di farmi la domanda.

Questa volta non c’è stato il tempo di organizzare nemmeno la cena di rito: ero ancora in ufficio quando ho ricevuto la sua e–mail.

– Se per te è ok, ci troviamo direttamente da me, su in camera. Devo ripartire domani in mattinata. –

A volte so essere un bravo soldatino: obbedisco agli ordini senza fare troppe storie. Il vantaggio è che, saltando la cena, ho saltato pure il vino: si abbassa il rischio delle défaillances  (cosa quantomeno inopportuna, visto la situazione).

– Lo sai che hai un’abbronzatura notevole? – Le chiedo, inclinando il capo da un lato.

– È un problema? – Mi risponde lei, increspando la fronte.

– Non direi – Ho il terrore di aver sbagliato la battuta. Lei non è abbronzata: è nera come l’ebano.

– Meglio così allora…– Riprende, sorridendo maliziosamente. Lo sa che mi piace. È assolutamente padrona della situazione.

Spegne il telefono e lo appoggia sulla scrivania; di sfuggita vedo lo sfondo: una foto di due bambine. La carnagione però è più chiara. Non faccio domande, non le chiedo delle figlie; se ne vuol parlare, mi sta bene: non sono un animale, non scopo e, poi, “tanti saluti”. C’è sempre una persona dietro. Solo che se non vuole parlarmi della sua vita, io rispetto la sua volontà. Lo so come funzionano queste cose: ce lo avevo anch’io un cuore, prima che finisse tra le cose da portare in discarica. Credo sia ancora in mezzo a qualche scatolone. Mezzo rotto. In attesa di essere buttato. Però mi è rimasta la sensibilità: è un ottimo strumento, se la sai usare.

Mi tolgo la giacca. Mi slaccio i primi bottoni della camicia e i polsini delle maniche, risvoltandoli: mi piace avere le mani libere, incluso i polsi. Specie adesso.

Le giro dietro, appoggiando le mie mani sulle sue spalle praticamente nude. Il vestito è corto, ma non indecente. È elegante. O forse è lei che lo rende tale. La gonna lascia intravedere le gambe lunghe, nere. È una statua di grafite. Solo che è calda, morbida. Un velluto nero.

Massaggio leggermente le spalle scoperte e poi scivolo verso il basso, accarezzando le braccia. Quando arrivo in fondo alle sue dita, sposto le mani sui fianchi.  È un gioco facile: le bacio il collo (la pelle è velluto sotto le dita, ma sotto la bocca è una pesca bollente), con una mano le cingo la vita mentre con l’altra le alzo la gonna. Lei butta indietro la testa. Mi lascia fare, ora sono io il padrone della situazione. Mi ha voluto qui per questo, del resto.

La mia mano si infila fra le sue gambe, mentre quella in vita è ripartita verso la scollatura. Ormai siamo bocca su bocca. Le mani sono infilate nella sua biancheria. Nel suo intimo. Sento il sangue andare verso il basso e salirmi l’eccitazione. Lei mi stringe il sedere con la mano e spinge il suo sedere contro la mia eccitazione.

È un attimo: i vestiti volano via di dosso e  si spargono per la camera. Lei si appoggia al letto e io fisco con la lingua fra le sue cosce.

Va così. Un po’ confusi, un po’ ansimanti. Bagnati come se piovesse.

Poi lei mi ferma e mi tira verso di sé.

– Ti voglio, dentro – mi dice, sottovoce.

Mi tiro dritto, su di lei. Le apro le gambe lunghissime. Cerco senza fretta, ma con gusto, la strada.

La trovo. Mi tuffo dentro, piano.

È come finire in un vortice. Come la discesa dalle montagne russe: semplicemente ci manca il fiato.

Lei è strettissima: se non mi riprendo subito, il gioco (e il piacere) finisce già qui. Cerco il filo d’Arianna per uscire da questo labirinto, da questo gorgo. Un appiglio. Le bacio il collo. Questo basta per ritrovarmi. Lei mi stringe fra le gambe come in un abbraccio. Lei, nera come la notte, io bianco come la luna.

Siamo un bella coppia. Una bella accoppiata.

Non resistiamo per molto, ci piace troppo. Quando cede lei, allora mi sento in diritto di cedere anch’io.

Sono contento di aver rinforzato le gambe, altrimenti non ce l’avrei fatta. Ho evitato i crampi stavolta.

La tengo fra le braccia per qualche minuto. Poi mi scuso.

– Devo proprio andare in bagno. –

Quando torno, è seduta sul letto. A seno scoperto. È chiaro cosa vuole: perché deluderla?

Mi sdraio e la lascio fare. Riesce a riprendersi tutta la mia eccitazione. Decide che adesso è lei che comanda e gestisce. E io obbedisco: sono un ottimo soldatino.

Mi sta sopra. Si muove come meglio desidera. Per un po’ lascio fare. Quando decido che ora posso muovermi io, mi blocca.

– Non ci pensare nemmeno – mi sussurra all’orecchio.

Perdo la testa. Perdo il filo d’Arianna. Mi fa venire lei. E solo dopo, anche lei si lascia andare. Si lascia venire.

Siamo esausti. È stato più intenso di quanto vorremmo ammettere. Di quanto sarebbe opportuno ammettere, data la situazione.

– Ti spiace se mi do una sistemata prima di andare? – cerco di avere un tono il più dolce e confidenziale possibile. Non sono un animale. Non del tutto, in fondo.

– No, figurati, fai con calma. –

– Ti ringrazio. – Faccio con calma. Ma non troppo.

Mi metto in ordine. Mi rimetto i vestiti addosso e i suoi sulla sedia della camera. Lei si infila una camicia da notte. Elegante pure quella. Come sempre, in questi casi.

Prendo i soldi sulla scrivania e li metto nella giacca. Lo faccio con discrezione, ma disinvolto. Non mi va di metterla in imbarazzo. In fondo ci è piaciuto parecchio.

– E se ti volessi rivedere? –

– Si può fare. Però ti costerà il doppio – le dico. – Questione di regole.

– E se poi volessi ancora? –

– Il doppio del doppio –

– Così non corri il rischio di arrivare a tre volte di seguito, eh? –

– Non vado in giro a cercare di essere l’amante di qualcuna. O il cagnolino di qualche altra… –

La saluto, le do un bacio sui capelli.

Chiudo la porta della stanza dietro di me senza voltarmi. Prendo l’ascensore che mi porta fino alla hall. Faccio un cenno al portiere. Esco dal hotel. È notte fonda, nera e niente luna. Mi sbrigo per raggiungere casa e andare a dormire, domani si va in ufficio e alla sera non potrò riposarmi. Ho ricevuto un’altra e–mail: signora rossa, dalla fredda Germania, necessità una calda compagnia.

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