La Principessa e il Mare – 5

La Principessa cenò, suo malgrado, con un certo appetito. Dopo due giorni ininterrotti di viaggio in carrozza a ritmo più che sostenuto, era inevitabile stanchezza e fame. Avrebbe voluto comunque andare a letto e sprofondare in un sonno senza sogni, ma quella voce flebile che aveva udito poco prima di ripartire in carrozza le era rimasta come un pensiero fisso. Un richiamo al quale non era possibile rispondere.

Subito dopo aver cenato, cominciò a perlustrare le stanze come aveva fatto il Capitano. Persino con occhio più attento (fosse mai stato possibile!). Non sapeva bene cosa cercare, forse una via di fuga, che però era impossibile dato che tutte le stanze, per essere a prova di intrusione nel malaugurato caso di un tentativo di qualsivoglia ribellione, erano sigillate e con robuste inferiate alle finestre.

L’unica stanza che non aveva visto era però l’ufficio studio chiuso da tempo.

La Principessa si guardò attorno, ma non c’erano cassetti che potessero contenere chiavi o simili.

Fissò le posate sul tavolo. I coltelli e le forchette.

Tentiamo – disse fra sé.

Prese ad armeggiare con coltello e forchetta sulla serratura stando attenta a non attirare l’attenzione delle guardie con qualche rumore di troppo. Ci vollero venti minuti buoni, forse di più, perché la forchetta si spuntò due volte e per poco non si ruppe pure il coltello, ma, alla fine, la pazienza e la tenacia pagano. E la porta si aprì. Verso la libertà.

La fortuna sembrava essere tornata, dopo tanto tempo, dalla parte della Principessa. L’ufficio infatti aveva un suo ingresso indipendente che dava su una scala esterna al cortile della prigione. Probabilmente serviva ad incontrare delegati, sindaci o quant’altro senza dover scomodare la sicurezza interna. Chi aveva voglia di infilarsi in una prigione in fondo? Questa doveva essere stato il pensiero del costruttore si disse la Principessa.

Percorse l’ampio ufficio, aprì la finestra ed uscì sul terrazzino, scese le scale e capì perché la sicurezza non era un problema. La scala era riparata da un muro di cinta altro due metri circa e, alla fine della stessa, un portone ad unica battuta in solida quercia era sprangato dall’interno ed inchiodato da anni, vista la ruggine formata sui chiodi.

La Principessa salì nuovamente le scale. Senza via di uscita. A meno che – pensò – se riuscissi dalle scale a saltare sul muro, che è abbastanza largo, potrei cercare di calarmi.

Non ci pensò sopra più di tanto. Con una mano raccolse la gonna, fece un nodo a lato perché non intralciasse il salto, buttò la mantella dietro le spalle e saltò dalle scale sul muro di cinta.

E cadde. Giù dal muro diretta sui cespugli sotto stanti. Che attutirono la caduta provvidenzialmente. Fuori dalla prigione.

Non stette a curarsi se si fosse rotta o meno l’osso del collo. Era fuori e questo bastava. Sciolse il nodo alla gonna, con la mantella blu scuro si coprì bene spalle e viso tirando su il cappuccio.

A passo lesto si diresse verso l’unico pensiero che ormai le era rimasto. Verso la voce. Verso il Mare.

L‘ultimo scampolo di libertà prima di un futuro di prigione, in un paese lontano e ostile. Poco importa come sarà domani. Adesso sono libera, si ripeteva la principessa, anche per non sentire il dolore della caduta.

Scese in qualche modo dalla rupe sulla quale era posto il fortino. Tra graffi e scivoloni alla fine arrivò alla spiaggia.

Arrivò in riva al Mare.

Sentì nuovamente la brezza che invadeva il respiro. L’aria era particolarmente fresca dato che il giorno prima aveva piovuto (anche durante il viaggio, pensò).

Abbassò il cappuccio per lasciare che la brezza le accarezzasse meglio il viso e i capelli. Socchiuse gli occhi e la Luna illuminò la sua pelle come la luce si riflette in uno specchio.

Il Mare non sapeva decidere se fosse la Luna ad illuminare la Principessa, o se fosse lei ad illuminare con la sua pelle la Luna.

La Principessa sentì come se il Mare davanti a lei, vasto e oscuro, si aprisse come se volesse abbracciarla.

Il Mare infrangeva le proprie onde sempre più caute attorno alla Principessa, come in un abbraccio.

Per un attimo la Principessa sentì Amore. Ma fu un attimo.

Il pensiero del domani, oscuro e disperato, diverso da quel Mare dolce che profumava di sale e di libertà, le venne alla gola come un cappio.

La tristezza le pervase l’animo. Sembrava non ci fosse più un posto dove nascondere e ripararsi. E tutto perse importanza. Anche la Vita.

E allora mise un piede in avanti. E poi un altro. Finché il Mare cominciò, inevitabilmente a bagnarle già le caviglie.

Il Mare, dal canto suo, aveva capito le intenzioni della Principessa. Il Mare, profondo com’è, sa scrutare negli abissi degli Uomini. Figurarsi di una Principessa.

Cercò di ritrarsi il più possibile, ma andare oltre sarebbe stato comunque fatale alla Principessa.

Il Mare allora chiese aiuto alla Luna.

“Aiutami, te ne prego!”

“Cosa c’è?” disse la Luna sonnolente.

“Come: cosa c’è? Non lo vedi anche tu cosa vuol fare questa Principessa?”

“Sì che lo vedo. E allora? Sai quanti di lei prima e quanti di lei dopo faranno lo stesso stupido gesto?”

“Sì lo so, non è questo il punto…”

“E allora? Perché ti preoccupi per questa e non degli altri?”

“Perché… Perché… Lei è importante…”

“O santo tuo fratello il Cielo! Non mi dire che ti sei…”

“Può darsi. E quindi? Che male c’è se me ne occupo?”

“Ma come fai se l’hai appena vista, dico io. Va bene che sei profondo, ma tu esageri a volte!”

“Mi dai una mano, PER CORTESIA? Non posso trattenere le onde ancora per molto! Dovrò rilasciarle e a quel punto travolgeranno la Principessa perché troppo grandi”

“Va bene. Che rompi scatole. Cosa vuoi che faccia?”

“Il trucco della marea!”

“Stai scherzando? Ma lo sai che casino viene fuori? E poi cosa conti di fare dopo? Mica posso mandare in secca tutta la spiaggia!”

“Dai, una tiratina!! Poi qualcosa m’invento, lo sai no?”

“Uffa. Stavo così bene mezza dormiente! Va bene dai. Ohissà, ooooohhhissà…”

“Brava Luna, sei un amica!”

La Principessa continuava a mettere un piede davanti all’altro. Ma, adesso, l’acqua del Mare, anziché salire dalle caviglie alle gambe, era scesa a sfiorare i piedi. Lungo tutta la riva il Mare si era ritirato di diversi metri. Si era abbassata la marea di colpo. La cosa bella è che, ritirandosi così velocemente, conchiglie e qualche piccolo granchio affiorava dalla sabbia bagnata.

La Principessa ne vide uno e, incautamente, lo raccolse con delicatezza. Il granchio, per tutta risposta, le pizzicò il dito, ricadde sulla sabbia e in un baleno scomparve nell’acqua bassa.

La Principessa rise. Si senti un po’ stupida, un po’ bambina. Un po’ ingenua. Si ricordò del gatto rosso che le graffiò il dito da piccola. Di sua madre che la rimproverava perché l’aveva avvertita di lasciare stare il gatto. Di come poi, diede il latte al gatto. Di nascosto da sua madre. Si ricordò insomma di essere stata felice. Nonostante tutto.

Senti quella voce flebile venire dal Mare. Sembrava una canzone. Sembrava una nenia venuta a consolarla. A cullare il cuore.

Senza voltare le spalle al Mare arretrò fino a tornare sulla spiaggia asciutta. Fece un cenno di ringraziamento.

Il Mare l’avrebbe protetta. Ora lo sapeva.

In distanza, dal forte Lecroix, si sentivano provenire le voci dei soldati in allarme.

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