La Principessa e il Mare – 3

Il convoglio giunse finalmente al fortino di Lecroix. Per l’occasione una guarnigione fresca si era aggiunta al personale militare di istanza al fortino (personale ridotto al minimo, ma non questa volta). Nulla doveva andare storto, nulla andava trascurato.

La scorta a cavallo lasciò il cambio ai fanti del fortino. Tutti tranne il Capitano.

Il comandante della guarnigione, ufficiale esperto e in carriera, si fece trovare pronto e sull’attenti appena la Principessa scese dalla carrozza.

Seppur minimo, un sussulto di compiaciuta sorpresa sfuggì all’ufficiale: la bellezza della principessa era indiscutibile. Il volto, chiaro come la luna, s’intravvedeva da sotto il cappuccio della mantella. Quando poi lo abbasso del tutto rivelando prima i capelli rosso castano, che con la luce del tramonto sembravano riflettere il sole e animarsi di fuoco, poi il viso e gli occhi chiari, anche gli altri soldati schierati ai lati ne furono turbati. Non il capitano, ovviamente.

Il comandante prese la parola: “Vostra Altezza, benvenuta a Lecroix. Mi scuso fin da adesso per la rozza sistemazione, ma purtroppo…”

“Purtroppo il forte è poco più di una prigione per i pirati e i ladri pescati nei dintorni che attendevano di essere impiccati o peggio. Lo so comandante. Il Capitano mi ha ben informato sulla mia sistemazione. Mi auguro almeno di non dover passare la notte in una cella a pane e acqua.”

“No, Vostra Altezza. Abbiamo adibito le stanze del vecchio constabile a vostra dimora per la notte. E’ una sistemazione arrangiata all’ultimo…”

“Comprendiamo bene il vostro impegno comandante” intervenne il Capitano “è il suo sforzo sarà apprezzato da chi di dovere, non tema. Ora, mi permetta di scortare Sua Altezza ai propri alloggi in modo che possa riposare in previsione del viaggio di domani.”

“Certo Capitano, se volete seguirmi allora” rispose asciutto il comandante.

Si districarono fra un paio di corridoi ben illuminati ed una rampa di scale. Giunsero di fronte ad un portoncino in legno chiaro. In effetti, l’ala del forte che avevano visto finora era tutto sommato meno tetra e sciatta di come temeva la Principessa: era chiaro che questa ala era adibita all’ufficiale di turno (quasi sempre nobile) e quindi sarebbe stato poco appropriato far vivere un nobile alla stregua di un prigioniero. Anche se poi la Principessa stessa era tenuta come in catene – ironia della sorte – pensò – una gabbia d’orata per una Principessa che vale oro.

Il Capitano entrò per primo e ispezionò le stanze: il salone d’ingresso, il piccolo corridoio che conduceva sia alla camera da letto che alla sala da bagno; lo studio adibito ad ufficio (messo sul lato opposto rispetto al corridoio) invece era chiuso da tempo. Al centro della sala c’era un tavolo discretamente lungo considerato che era apparecchiato per una sola persona.

“Ho disposto che trovaste la cena ancora calda al vostro arrivo” disse il comandante.

“Molto bene” rispose asciutto il Capitano “lasceremo cenare Sua Altezza in pace rimanendo a disposizione qua fuori con due guardie. Nel caso Vostra Altezza abbia una qualsiasi richiesta o urgenza, ovviamente.” Concluse il Capitano avviandosi verso il portoncino, facendo cenno ai militari di scorta e al comandante perché abbandonassero la stanza prima di lui.

“La ringrazio Capitano per queste sue premure. Sicuro di non voler controllare che il cibo non sia avvelenato?” chiese la Principessa con tono velatamente sarcastico.

Il Capitano si trattenne sulla  porta e gettò una rapida occhiata al tavolo. Per un attimo esitò.

“Non sarà necessario. Il comandante sa che ne risponderebbe con la propria vita” l’ufficiale trattenne il fiato, ma s’infiammò in volto “Buona notte Vostra Altezza” disse il Capitano chiudendo la porta dietro si sé, senza sbattere, ma in modo comunque netto e secco.

“Buona notte, aguzzino!” disse tra i denti la Principessa.

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